Vinicio Capossela, fenomeno cult «Faccio successo senza volerlo»

Un po’ maudit, un po’ cantastorie: «Mi sono fermato a pensare ai miei quarant’anni»

Paolo Giordano

da Milano

Vinicio Capossela non parla, alambicca. Non ragiona, insegue. Sale e scende dalla logica, si schianta nelle pause e poi riparte dietro un copione che è suo, solo suo, ma che è un piacere decifrare. «Scusa, ieri sera è stata una nottataccia, mi ci vuole del tè». Sedici anni dopo il suo primo disco - che si intitolava All’una e trentacinque circa e non se lo aspettava nessuno - Capossela ha sorpreso tutti, anche gli ideali exit poll delle classifiche, ed è uno dei cantautori del momento: «Faccio successo ma non voglio: aumenta la paura di sbagliare».
Il suo cd Ovunque proteggi, uscito a gennaio sfoggiando una parure di ospiti come Roy Paci e Ares Tavolazzi, ha debuttato in testa alla classifica ed è ancora tra i primi venti, la tournée si è ingolosita cammin facendo e si è riempita di tutto esaurito, i concerti non riescono a essere uno uguale all’altro perché il copione, quello, è «duty free» cioè non paga tasse alla routine ed è come la sua casa di Milano: c’è un ingresso e poi tante cose, una di fianco all’altra, che hanno un ordine ma vallo a capire. Non fosse per il pianoforte a coda sul parquet, sembra l’appartamento smemorato e confuso di un emigrante come suo padre, che si portò in Germania la gioventù «piena di rughe e di cose non sue» e fece nascere Vinicio ad Hannover per dargli un posto dove non tornare mai più, neanche coi rimpianti.
Capossela è un Orient express della musica italiana, si ferma ovunque purché inatteso e beati voi se riuscirete a seguire la rotta dei suoi binari. La pianura padana. La Francia delle banlieue ma per favore lasciate perdere le contestazioni. La Mitteleuropa dopo gli Asburgo. L’est della vodka fino al Baltico. Nel Natale 2001 ha riunito tutte le stazioni davanti a una sola, la Centrale di Milano a due passi da casa, e sotto il suo palco distribuivano panettone e vin brulée ai clochard. Quando Vinicio Capossela è saltato fuori dall’anonimato, sono subito piovuti i confronti: è come Paolo Conte, è come Tom Waits («non è un archetipo, piuttosto un grandissimo filtro di suggestione») ma erano paragoni sciapi cui si opponeva citando i suoi maestri improbabili, Roberto Goyeneche, Annibal Troillo, Bana.
«Ora che ho quarant’anni - ammette - mi sono fermato a pensarci su», ma non deve esserci rimasto molto. I quarant’anni sono l’età del volo o, come dice lui, della «sospensione dell’incredulità» che è poi la radice del teatro e Capossela ha la teatralità incolta di chi va a naso, ce l’ha nel sangue ma non sa ancora come ammaestrarla.
E così questa volta sul palco, in un tripudio di valzer, marcette e cha cha cha, cambia d’abito anche se rimane sempre lo stesso personaggio, recita se stesso pure quando in Dalla parte di Spessotto racconta di questo eroe un po’ Franti e un po’ Pinocchio «che è nei guai da subito, che ha la falla nel canotto».
Capossela, che canta l’ultima canzone del concerto con le luci di sala accese «così vi abbraccio tutti», è a cavallo tra la realtà e la poesia, non è uno chansonnier perché gli manca il lirismo compiaciuto e neppure un cantautore vecchio stile perché ha l’ispirazione malata di anarchia e accetta di cedervi la sua lingua solo per un po’ prima di riportarsela via. Il resto del tempo lo passa in un altro mondo, magari a bere vino o tè («quello russo, l’ho preso al gelsomino, sprizza gioia e fa bene al fegato») in cucina col camino e il tavolaccio vissuto, immaginandosi il Colosseo dell’antica Roma ma dalla parte della polvere, non in tribuna. Oppure pasticciando il mito (spiega così la sua Brucia Troia: «l’aggressività è spiegata dalle erre, Brucia Troia è un assalto di erre, Elena che non ne ha non la tocca nessuno») e poi arrivando alla Bibbia attraverso l’Ecclesiaste tradotto da Guido Ceronetti. E così Ovunque proteggi, che è il suo ultimo album, «per me sarebbe il titolo di una preghiera, lo scopo di una buona vita» e, mentre lo dice, è già altrove seguendo un copione che è inutile prevedere perché poi comunque sarà diverso.