Vino, Italia batte Francia 3 a 1

Paolo Marchi

In pratica è sempre stato così e a maggior ragione lo è stato nell’anno archiviato da poco: negli Stati Uniti il vino italiano batte quello francese, lo batte per quantità nella speranza di superarlo tra qualche secolo pure in qualità. Lo soverchia in maniera ancora più prepotente perché nei primi dieci mesi del 2004 le importazioni di Bacco dall’Italia sono cresciute del 15,7 per cento in valore e quelle dalla Francia sono calate, di poco ma sono calate: -0,8%. In termini spiccioli: per ogni bottiglia made-in-France, i consumatori yankee ne acquistano tre di italiane.
I numeri sono chiari, tanto che i distinguo vanno fatti a un altro livello: tra gennaio e ottobre scorsi - i dati sono dell'Italian wine and Food Institute -, il mercato statunitense ha assorbito 1.626.180 ettolitri per un importo di 790,92 milioni di dollari contro 1.456.550 ettolitri e 683,55 milioni di dollari nel corrispondente periodo del 2004. Abbiamo così superato il nostro vero antagonista oltreoceano: l’Australia, che nel 2004 (primi dieci mesi) esportò 1.486.530 ettolitri (valore 569,76 milioni di dollari) e nel 2005 1.616.640 ovvero diecimila ettolitri (e 205 milioni) in meno dell’Italia. E i cugini? È subito riportato: l’anno scorso gli ettolitri francesi furono 596,120 per un valore di 479,22 milioni di dollari, due stagioni fa 600.770 per un ammontare di 475,69 milioni di dollari.
Le cifre, nella loro aridità, non aiutano mai a fare poesia, a capire invece sì. Queste ultime ci dicono che un litro di vino di Borgogna o Bordeaux vale più di un litro di Barolo o Brunello e che per quanto possiamo andare fieri della notorietà acquisita nel mondo dai vari Ceretto e Gaja, Antinori e Frescobaldi, gli châteaux e le maisons transalpine vantano sempre un fascino, un’importanza e un’attrazione superiori: valgono insomma di più. Due numeri: con poco più di un terzo degli ettolitri esportati dall’Italia, le cantine francesi raggiungono un fatturato pari a circa il 60 per cento di quello italiano.
Morale: a noi la quantità, a loro la qualità che magari non sempre sarà tale ma non è affatto scontato, in nessun campo, che la qualità reale corrisponda a quella percepita. E non vi possono essere dubbi sul fatto che i francesi sanno valorizzarsi, presentarsi e vendersi meglio. Come in certi momenti della grande finanza le azioni si pesano e non si contano, così in cantina non c’è un’etichetta ai vertici assoluti, quale che sia la tipologia prescelta, vino bianco e vino rosso, vino dolce o bollicine, che non sia francese. Giusto o sbagliato che sia, noi italiani dobbiamo rassegnarci: nel mondo ci sono alcune migliaia di persone, cinquanta o centomila non cambia in rapporto alla popolazione totale, pronte a spendere migliaia di euro o di dollari per un Pinot o un Merlot francesi e che si metterebbero a ridere se la stessa cifra fosse chiesta loro per un Barolo, un SuperTuscan o un Brunello.
Va da sé che tra loro gli autentici intenditori sono una minoranza. Sovente sono mafiosi russi, signorine coscia facile, speculatori giapponesi o rockstar americane, tutte figure che non sanno nulla di vino e che nemmeno degnano di uno sguardo un Brunello di Soldera o un Amarone di Dal Forno per il semplice motivo che ordinano scorrendo la colonna dei prezzi solo per stupire i vicini di tavolo e per poterlo poi raccontare come quel texano che una sera da Pinchiorri a Firenze si fece portare un cognac dell’Ottocento per poi raffreddarlo con un pugno di ghiaccio come fosse Coca-Cola.
Il vino italiano è ancora economico a livello di top, ma nel contempo rischia di costare troppo a livello «primi prezzi». In tal senso è più importante avere superato in America l’Australia, maestra dei grandi numeri, piuttosto che allungato sulla Francia.
Paolo Marchi