Vinti senza pace

C’è in Polonia chi vuole processare l’ottantaduenne generale Wojciech Jaruzelski - che proclamò la legge marziale il 13 dicembre 1981 - quale colpevole di «crimini comunisti». Si ipotizza anche una sua condanna a otto anni di carcere. Questa notizia s’aggiunge ad altre che attestano l’inesausta volontà d’alcuni ambienti, a destra o a sinistra, di far ancora sanguinare dopo decenni le piaghe di Paesi usciti da una dittatura. Tutto questo si svolge all’insegna d’un principio che proprio nobile e alto non è: guai ai vinti. Perché i vecchi sui quali s’appunta l’attenzione tardiva della legge non hanno più il potere. Se l’avessero conservato ad ogni costo - come l’hanno conservato Fidel Castro, e la dinastia tirannica della Corea del Nord, e il colonnello Gheddafi e il pakistano Musharraf - i tribunali tacerebbero remissivi e gli zelatori dell’archeologia giudiziaria penserebbero ad altro.
Ma il polacco Jaruzelski - e come lui il cileno Augusto Pinochet - non ha più protezioni ufficiali. Addosso, dunque. Nel tripudio vendicativo viene negata anche quella che per me è evidenza storica: ossia che la Polonia, quando fu assoggettata alla dura legge marziale, rischiava un intervento sovietico tipo Ungheria e Cecoslovacchia; e che il Cile del golpe militare - golpe da tutti atteso e da molti invocato, ma nella sua attuazione feroce al di là d’ogni previsione - fosse stato portato dal governo di Salvador Allende a un totale, miserevole collasso.
La fine delle due dittature ha avuto un tratto in comune. Entrambi i dittatori hanno «lasciato», a Santiago e a Varsavia, non sotto l’urto di una rumoreggiante folla - tipo quella che travolse e poi mise sommariamente a morte Ceausescu - ma per un «patteggiamento». Pinochet, sconfitto in un referendum che egli stesso aveva indetto, abbandonò la Moneda, che è il palazzo presidenziale del Cile, ma volle garantirsi alcune tutele, tra esse il comando delle Forze Armate: e la sopravveniente democrazia accettò queste condizioni pur di farla finita con l’oppressione gallonata. Jaruzelski trasferì il potere ad un governo non comunista dopo che una «tavola rotonda» formata da esponenti del regime comunista e dell’opposizione ebbe rilegalizzato Solidarnosc e accettato il principio di elezioni finalmente vere: non parodie di elezioni sul modello del cosiddetto «socialismo reale».
A mio avviso i partiti della libera democrazia cilena e della libera democrazia polacca avrebbero dovuto e dovrebbero rispettare gli accordi che erano stati realizzati non sotto la minaccia delle sciabole, ma quando le sciabole erano pronte ad andarsene. «Pacta sunt servanda» anche se il ricordo d’alcuni eccessi dell’era Pinochet suscita grande indignazione. Un magistrato spagnolo presenzialista e narciso, Balthazár Garzón, ha voluto indurre i cileni alla ritorsione, a Pinochet è stata addebitata ogni sorta di crimini, le promesse che gli erano state fatte sono diventate carta straccia. Lo si vuole imputato e condannato. Il che mi sembra sommamente inutile - per motivi d’anagrafe - e alquanto scorretto, ove si pensi che la parola data in nome dello Stato abbia un qualche valore. Avevo avuto l’impressione che per Jaruzelski la Polonia si fosse comportata con maggiore fair play, e i viaggi all’estero del generale dalle lenti affumicate me lo confermavano. Ma adesso anche a Varsavia s’annuncia un risveglio degli assatanati, e mi spiace.
In un discorso del 1984 Adam Michnik, intrepido resistente al potere comunista, disse: «Fortunatamente per la Polonia, e forse per l’intera Europa, i polacchi seppero intendersi tra loro. Il grande merito di ciò va a due persone fino a poco prima nemiche: Lech Walesa e il generale Jaruzelski... A queste due persone, senza le quali il compromesso della tavola rotonda non sarebbe stato possibile, la Polonia dev’essere riconoscente».