Violante il pentito

Meglio il facondo Francesco Saverio Borrelli del vischioso Luciano Violante, meglio una riconoscibile autodifesa della propria storia piuttosto che il polivalente revisionismo di chi, ora e ancora, piega la realtà al progetto: e se il progetto di un Borrelli è forse una distaccata vecchiaia, quello di Violante si chiama meramente governo Prodi, si chiama dunque, nello strategico auspicio, distacco dalla giustizia babau, improbabile emancipazione dal giustizialismo, cattiva memoria circa tutto l’armamentario giustizialista a consumo di una sinistra che giust’appunto elesse Violante a proprio scintillante Re Sole. Suo è lo scranno che da almeno vent’anni evoca i più straordinari polveroni che inneschino il solito teatrino di reazioni e contro-reazioni, accuse incrociate a saldo finale zero: e sua, ora, una «rivisitazione critica» che polemizza con Francesco Saverio Borrelli sugli anni di Mani pulite. L’ha pubblicata Panorama ed è tutta da leggere: «Il politico era considerato un probabile delinquente. Ci fu una vera e propria caccia al politico. Si arrivò al dileggio delle istituzioni». E attenzione, ecco i colpevoli: «I protagonisti di quella campagna furono le forze reazionarie - la Lega e parte di An -. I partiti non seppero reagire, furono supini». Tutti qui i protagonisti. E quali partiti, in particolare, furono supini? Non avrebbe importanza una nostra documentata risposta: l’autoreferenzialità diessina è tale che solamente la testimonianza di suoi compagni di partito farebbe testo. E allora sia. Il diessino Giovanni Pellegrino, già presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere nel 1993, ha dichiarato nel libro «La guerra civile» (Rizzoli 2005) scritto con Giovanni Fasanella: «Il disegno era chiaro: il rifiuto dell’autorizzazione a procedere contro Andreotti avrebbe creato una rivolta nell’opinione pubblica e noi avremmo potuto cavalcarla, traendone un vantaggio politico ed elettorale. In realtà il Pds pensava che il processo giudiziario non si sarebbe mai celebrato, quindi bisognava fargli il processo politico e bisognava farglielo nella Commissione antimafia e nelle piazze. Violante, di fatto, doppiò l’inchiesta del giudice Caselli a Palermo: i pentiti prima venivano sentiti da Caselli e poi da Violante; c’era quasi una sinergia tra l’Antimafia e la procura palermitana (...) Preparai un documento in cui spiegavo perché era necessario concedere l’autorizzazione a procedere, e lo feci leggere in anteprima ad Andreotti, perché volevo che l’accettasse. Ma mentre io ero impegnato in questo delicato lavoro diplomatico, Violante propose all’Antimafia la sua relazione: di fatto una sentenza di condanna anticipata nei confronti della Dc e di Andreotti». E si perdoneranno i lunghi virgolettati, ma per una volta c’è davvero poco da aggiungere. Dice ancora Pellegrino: «Occhetto e parte del gruppo dirigente si erano convinti che ce l’avrebbero fatta a imporre una propria egemonia, in questo aiutati dalle nuove regole elettorali e dall’azione repressiva dei giudici che stava colpendo soprattutto democristiani e socialisti». E chi non ci stava? Chi non era d’accordo? «Provarono a fare una sorta di processo politico a me e a Giovanni Correnti, un nostro deputato membro della Giunta per le autorizzazioni alla Camera, un bravo avvocato penalista che era sulle mie stesse posizioni garantiste. Un giorno, all’insaputa l’uno dell’altro, venimmo convocati alle Botteghe Oscure, dove allora c’era la sede nazionale del partito, e ci trovammo di fronte a un autorevole gruppo di dirigenti, quasi una sorta di commissione disciplinare. Il ruolo di pubblico accusatore fu sostanzialmente assunto da un deputato pugliese, Antonio Bargone, allora su posizioni fortemente giustizialiste, il quale si rivolse a noi dicendo che non avremmo dovuto criticare pubblicamente l’operato della magistratura».
E che diceva D’Alema, visto che Antonio Bargone era un suo uomo? «Inizialmente stette al gioco, pur avendo una cultura garantista e una profonda diffidenza per le tecnocrazie giudiziarie. Gli chiesi un colloquio per esprimergli le mie perplessità su Mani pulite. Mi liquidò con poche parole, dicendomi di lasciar perdere, perché era in atto una rivoluzione (...) All’inizio D’Alema era convinto che Violante, con la sua influenza nella magistratura, potesse proteggerci sufficientemente dall’azione dei giudici».
Ma cambiamo testimonianza, vediamo le parole dell’attuale senatrice diessina Anna Finocchiaro in «Dialogo sulla giustizia» (Passigli 2005) scritto con Antonello Capurso. Dopo lo spostamento alla procura di Brescia di un processo a carico di Di Pietro, uno dei tanti, i giornali adombravano che dietro lo spostamento potesse esserci un intento persecutorio: sicché Anna Finocchiaro, era il 1995, in un’intervista disse che lo spostamento era semplicemente dovuto all’applicazione di una norma del codice e che ogni polemica era ingiustificata, soprattutto disse che andava scacciata l’idea che solo alla procura di Milano regnasse la giustizia.
Che accadde? «La mattina dopo arrivai alla Camera e venni affrontata da una stimabilissima collega del mio gruppo la quale mostrò una vera preoccupazione per la mia intervista. L’opinione non era isolata e ne ebbi conferma durante il giorno. La preoccupazione e il muto rimprovero che conteneva erano certo il frutto di un allarme diffuso circa la necessità di consentire agli inquirenti milanesi di continuare a fare serenamente il proprio lavoro, ma anche il segno di una delega affidata interamente ai magistrati perché riscattassero il Paese dalla trama di illegalità che aveva percorso la politica e le istituzioni». Basta? No che non basta. Dice Violante: «Il modo più giusto di uscire da Mani pulite sarebbe stata un’inchiesta parlamentare». Già. Bettino Craxi la propose che era l’inizio del 1993 e sappiamo con quale accoglienza, il centrodestra la ripropose a partire dal 2000 ma i Ds, e Luciano Violante, si opposero con veemenza. Semplice. Ma dal paese delle meraviglie Violante rivela ancora: «Certi magistrati diventarono protagonisti attraverso i giornali. E certi giornali ebbero le notizie in anteprima. (...) Fa impressione la lettura dei giornali dell’epoca, sembrano tutti scritti dalla stessa mano». Già. Ma è una questione parzialmente risolta pure quella. E torniamo a un virgolettato del 2002 questa stavolta appartenente a Piero Sansonetti, attuale direttore di Liberazione ed ex vicedirettore de l’Unità, sempre gente di sinistra sicché Violante vi presti attenzione: «Nel biennio 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, La Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore de l’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Mieli, perché era il Corriere della Sera quello che contava di più». Basta? No che non basta. Antonio Polito, ora direttore del Riformista, ha confermato tutto: «Le cose funzionavano pressoché come dice Sansonetti... c’era un vuoto, i partiti pesavano pochissimo, il governo era altrettanto debole, perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle nostre campagne di stampa. La dimostrazione più evidente di quel patto si è avuta col decreto Conso... in quel clima ci bastava scrivere “decreto salvaladri” e il gioco era fatto... abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme... i magistrati, io penso, hanno esaurito il capitolo Craxi e non ne hanno aperti altri... abbattere Craxi era l’obiettivo primario... Quella scelta di federarsi fra giornali non fu buona, non la rifarei. Ma lo dico oggi». La chiusa, se non dispiace, la lasciamo ancora a Giovanni Pellegrino: «Era il Parlamento degli inquisiti, non dei condannati. Se qualcuno si prendesse la briga di andare a vedere quanti di quei parlamentari inquisiti vennero poi effettivamente condannati, si renderebbe conto con sgomento che moltissime furono le esecuzioni sommarie».
Tempo cinque anni e Violante ci arriverà. C’è da rimboccarsi le maniche, frattanto, prima che in nome di una rinnovata moderazione altri cerchino, come Violante, di passare direttamente dalla cronaca al revisionismo. Saltando la Storia.