Violentò un’americana, era libero grazie all’indulto

Stefano Vladovich

Sequestra e violenta una ventenne americana, incastrato dal telefono cellulare. Era stato scarcerato il 10 agosto scorso «Mazinga», ultrà romanista finito in galera proprio per violenze e rapine a mano armata. Tarquinio Colantoni, 46 anni originario di Giffoni Sei Casali nel Salernitano, avrebbe dovuto scontare ancora 3 anni e 6 mesi di reclusione ma, grazie alla legge sull’indulto, era tornato libero. Anzi, in regime di libertà vigilata, con l’obbligo di restare a casa fra le 21 e le 6 del mattino.
Invece la notte fra l’8 e il 9 ottobre, sul piazzale della stazione degli autobus a Santa Maria delle Mole, Ciampino, si avvicina a Mary (chiamiamola così), studentessa di 20 anni, da un mese nella capitale. Mary avrebbe dovuto incontrarsi con un’amica conosciuta alla John Cabot University di Roma dove ha intrapreso gli studi. Ma la ragazza non si presenta all’appuntamento. Una fatalità che si trasforma in un incubo per la poveretta. Peggio, in una tragica realtà quando Tarquinio scende dall’auto (un’utilitaria rossa) e, coltello alla mano, la «convince» ad accettare un passaggio. Sono passate da poco le 23 di quella maledetta domenica. Secondo il racconto della giovane l’uomo dai capelli brizzolati, sulla cinquantina, la porta in aperta campagna, non a caso nella stessa zona che Mazinga conosce come le sue tasche: Trigoria. È qui che Colantoni, pony-express in una ditta di spedizioni, trascorre interi pomeriggi assieme alla tifoseria giallorossa. È sempre qui che ferma la macchina e costringe Mary ad avere un rapporto orale con lui. Le fasi successive alla violenza la ragazza le ricorda appena, tranne il fatto che l’uomo, prima di scaricarla a terra, le sottrae borsetta e cellulare. Sono le prime ore del 9 ottobre quando Mary raggiunge un’abitazione isolata e chiede aiuto. Arrivano gli agenti del commissariato Esposizione. «In questa indagine ci abbiamo messo l’anima», racconta il vicequestore Edoardo Calabria.
L’inchiesta si concentra subito sul telefonino rubato a Mary. I poliziotti sperano in una mossa falsa, ma l’aggressore lo tiene spento per giorni. Fino a quando, sostituendo la scheda sim della statunitense, effettua una chiamata. È il primo indizio su cui lavorare: attraverso il codice Imei (una sorta di seriale impossibile da modificare che identifica ogni apparecchio telefonico) la polizia rintraccia il numero e arriva a Colantoni. L’uomo è a casa del fratello, a Tor Bella Monaca, quando le guardie bussano alla sua porta. «Sulle prime ha cercato di discolparsi - spiegano gli uomini del commissariato di viale Asia - A quel punto abbiamo chiamato il numero che risultava abbinato all’Imei del cellulare rubato. E il suo telefono ha squillato. Era la prova che ha permesso il fermo». La ragazza, poi, lo avrebbe riconosciuto senza incertezze. Ma a mettere la parola fine sulla triste vicenda sarà l’esame comparato del Dna di Colantoni fra i campioni della sua saliva prelevati da alcuni mozziconi di sigaretta fumati durante l’interrogatorio e le tracce di liquido seminale lasciate sulla maglietta di Mary.