Violentò una connazionale, romeno condannato

Violentò ripetutamente una connazionale dopo aver tentato di adescarla sull’autobus che la ragazza aveva preso per tornare a casa. Per questo Emanuel Saucir, romeno di 23 anni, è stato condannato a cinque anni di reclusione dalla VI sezione del Tribunale nonché a pagare un risarcimento dei danni alla vittima, quantificato in 50mila euro. Nel processo si era costituito parte civile il Comune, il cui risarcimento verrà stabilito in sede civile.
I fatti risalgono alla notte del 28 novembre scorso, quando Elena, romena di 20 anni regolarmente in Italia, stava tornando a casa dal lavoro su un autobus di linea. Qui viene avvicinata da un connazionale. La ragazza, però, non gli dà confidenza e scende alla sua fermata, in via Ostiense, all’altezza della basilica San Paolo. L’uomo la segue, l’afferra per la sciarpa, le dà una testata, un pugno allo zigomo sinistro, quindi le intima di seguirlo dietro un cartellone pubblicitario minacciandola di morte. Poi scatta la violenza sessuale. Non soddisfatto, le ruba anche ottanta euro, il cellulare e due anelli. Dopo averla costretta ad accompagnarlo alla metro, Saucir le manifesta l’intenzione di cominciare un nuovo rapporto sessuale. A questo punto Elena riesce a prendere coraggio e a scappare a casa. Qui il fratello l’accompagna in commissariato a presentare una denuncia e poi in ospedale. Dopo circa due ore l’imputato viene trovato dalle forze dell’ordine in un bar ancora in possesso dei beni rubati ad Elena. Violenza sessuale, lesioni volontarie pluriaggravate, rapina. Questi i reati contestati dal pm Maria Monteleone, che aveva sollecitato una condanna a sei anni di reclusione. Alla base della richiesta del pm il convincimento, espresso durante la requisitoria, del «rischio che compia altri reati simili e della pericolosità sociale dell’imputato emersa anche nel modo in cui ha perpetrato i reati, manifestando un totale disprezzo per la vita e le persone». L’avvocato del Comune, associandosi al pm, non ha voluto chiedere alcun risarcimento, affermando che «quello che ci interessa è essere qui come parte civile, come testimonianza» e affermando la gravità sociale di questa tipologia di reati. In aula erano presenti Elena e il fratello, che non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Anche l’imputato, detenuto in carcere, era presente e ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee: «Mi dispiace molto per quello che è successo - ha detto - chiedo scusa alle parti lese e a tutte le persone a cui ho portato pregiudizi».