«Violentata, mi sono odiata per anni Ora ne sono fuori, ma non perdono»

Milano«Fino a otto-nove mesi fa non riuscivo a guardarmi allo specchio. La mia faccia mi faceva senso, come se mi avessero sfigurato per sempre lasciandomi un marchio che non sarebbe mai più sparito e che tutti avrebbero notato. Ma è stato così da subito: dopo lo sgomento iniziale, superata la paura di morire che si prova quando si finisce in balia di tre delinquenti che ti vogliono stuprare, riuscivo solo a ripetere a me stessa: “E adesso che cosa ci faccio con te? Cosa me ne faccio di una vita da buttare?”».
Alessandra P., napoletana, 33 anni compiuti a dicembre, ammette che da qualche tempo riesce a intravvedere finalmente la luce in fondo al tunnel in cui ha vissuto in questi ultimi cinque anni. Sono quelli trascorsi da quel giorno di gennaio del 2004 quando venne violentata proprio nel cuore della sua città. Uno dei suoi tre aggressori (napoletani anche loro)fu anche catturato, tempo dopo, dalla polizia.
Le chiese scusa? Si rese conto della gravità di quello che aveva fatto?
«Era minorenne, sfrontato, probabilmente non era la prima volta che aveva abusato di una ragazza insieme agli amici. Quando ci fu il confronto tra noi, in commissariato, sghignazzava; il tribunale dei minori lo condannò a 16 mesi di carcere minorile: è fuori da un pezzo».
Ci può spiegare come andò?
«Quella sera ero stata alla festa di compleanno di un’amica, al rione Sanità. Da quelle parti accadono fatti gravi, ci sono molti malavitosi, ma non si era mai sentito dire che c’era anche pericolo per le donne, pericolo di essere violentate, intendo. E poi non era così tardi quando raggiunsi la mia auto per tornarmene a casa: mancava poco a mezzanotte. Avevo appena compiuto 28 anni, ma sembravo più giovane della mia età. Infatti sentivo che, mentre si avvicinavano, quei tre ragazzi si chiedevano tra loro: “Ma non è troppo giovane”. “No, no - rispose il maggiore, quello con lo sguardo più cattivo - ha sicuramente più anni di quelli che dimostra”. Udendo quei commenti, in quel brevissimo lasso di tempo prima che mi immobilizzassero spingendomi dentro la macchina, sperai fino all’ultimo. “Non può essere - mi dicevo -, non può capitarmi una cosa simile, non qui, non a me”. Invece ero proprio io la vittima predestinata».
Poi cosa accadde»?
«Non usarono armi, non ne ebbero bisogno. Uno mi mise la mano sulla bocca, l’altro m’immobilizzò le braccia. “Se non stai ferma e buona a casa viva non ci torni più: ti facciamo fuori e poi ti muriamo da qualche parte” sibilò quello con lo sguardo cattivo, che mi sembrava il maggiore dei tre. Fu lui che, strappandomi la maglia e i jeans abusò di me sul sedile posteriore della mia Polo. Gli altri due facevano in modo che non mi muovessi e non gridassi. Ricordo ancora l’odore del loro sudore, le parole schifose che mi dissero mentre pensavo che di tutto quel sudiciume, fuori e dentro di me, non mi sarei liberata mai più. I complici volevano avere la loro parte, ma il “capo”, quando ebbe finito di violentarmi, li mise in fuga con un “non è sicuro stare ancora qui”. Mi abbandonarono lì».
Nessuno si accorse di nulla?
«Con la mano premuta sulla bocca e le minacce, io non ero riuscita a gridare. Qualcuno aveva sicuramente visto qualcosa dalle finestre, ma da quelle parti la regola principe è farsi gli affari propri».
Come affrontò i giorni, i mesi seguenti?
«Alla denuncia, agli interrogatori, seguirono i colloqui con gli psichiatri. Io, però, rifuggivo da tutto quel gran parlare che avrebbe dovuto farmi bene, volevo solo nascondermi. Se non mi sono tolta la vita è stato solo per la mia famiglia che mi ha sempre rincuorato e sforzato a pensare a un futuro migliore. Nessuno può sapere cosa succede dentro una donna dopo un’esperienza del genere. So che ho ancora tanta strada da percorrere e che, alla fine di questo percorso, sarò un’altra persona. Che non perdonerà mai».
Cosa prova di fronte a una giustizia “leggera” in casi come il suo, o quello di Guidonia?
«Quando senti che chi ha abusato di te se ne torna tranquillo a casa per una donna è come essere violentata una seconda volta. La giustizia dovrebbe essere più a misura di persona. Mi pare che i giudici spesso perdano di vista quest’ottica, che si limitino a un’applicazione pedissequa delle norme».