Violenza ai confini di Israele L’esercito spara, più di 20 morti

Manifestazioni, scontri lungo tre confini, decine di morti, l’ombra di una nuova Intifada. È stata una domenica di fuoco quella in cui si è celebrato il 63° anniversario della costituzione dello stato di Israele, ricordato lugubremente nel mondo arabo come Nakba, vale a dire una catastrofe: l’inizio dell’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi. Che sarebbe stata una giornata di fuoco si era intuito: nel nuovo sito di Hamas la data del 15 maggio 2011 viene accostata all’«alba di una nuova Intifada anti-israeliana». L’esercito della stella di David aveva deciso di sigillare per 24 ore i propri confini, ma ciò non ha impedito i gravissimi incidenti di ieri.
Diversi i fronti caldi della domenica di fuoco, soprattutto nei territori occupati e ai confini. Torna a infiammarsi dopo trent’anni il confine tra Israele e Siria: a scatenare l’inferno il tentativo di numerosi dimostranti filopalestinesi di superare i reticolati ed entrare nelle alture del Golan occupate da Israele, all’altezza della cosiddetta «Collina delle urla», luogo dall’alto valore simbolico. Dura la reazione dei soldati israeliani, che hanno ucciso almeno dieci manifestanti: tanti i corpi restituiti alla Croce rossa internazionale. Scambio di accuse tra i due governi, con Damasco a condannare le «azioni criminali» di Israele e quest’ultimo a definire «molto grave e violento» lo sconfinamento del Golan. «Chi è al potere in Siria ha organizzato questa manifestazione violenta per tentare di distogliere l’opinione mondiale da ciò che sta accadendo nelle sue città», l’accusa di Avital Leibovitz, portavoce dell’esercito israeliano. Bilancio tragico anche ai confini tra Israele e Libano, dove una manifestazione nel villaggio di Maroun ar-Ras si è trasformata dapprima in un fitto lancio di sassi contro i militari israeliani, poi in uno sconfinamento di massa finito in carneficina: sei secondo fonti mediche, dieci secondo fonti libanesi le persone cadute sotto i colpi dei soldati israeliani e un centinaio i feriti più o meno gravi. Sangue anche nella striscia di Gaza: presso il valico di Erez, principale punto di transito tra Gaza e Israele, centinaia di palestinesi, per lo più giovanissimi, hanno superato i cordoni di sicurezza di Hamas lanciandosi verso il territorio israeliano: decine i feriti dalla risposta delle armi israeliane tra cui un giornalista molto grave, e un morto, un uomo colpito mentre cercava di deporre un ordigno lungo i reticolati. Incidenti meno gravi anche a Gerusalemme e in Cisgiordania, mentre a Tel Aviv un camion guidato da un arabo ha seminato il panico nel rione Ha-Tikwa, investendo un autobus e diverse automobili: decine di persone ferite, una delle quali in modo molto grave, e il sospetto che non si sia trattato solo di un incidente provocato dall’imperizia di un guidatore.
Dietro le manifestazioni di ieri Israele intravede «le impronte digitali di una provocazione iraniana», secondo le parole scelte dal portavoce militare israeliano Yaakov Poli Mordechai. Preoccupato anche il premier israeliano Benyamin Netanyahu, secondo cui i palestinesi non vogliono semplicemente tornare ai confini del 1967, ma addirittura «mettere in discussione l’esistenza di Israele». Quasi paradossale se è vero che «i cittadini arabi in Israele sono gli unici arabi nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale che beneficiano di diritti democratici e di piena libertà», come ricorda lo stesso leader israeliano. Ieri a Gerusalemme era anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha espresso al collega Shimon Peres l’auspicio «che entrambe le parti creino le condizioni per la ripresa del negoziato diretto tra israeliani e palestinesi prima di qualsiasi decisione all’assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre». In ogni caso «l’Italia sostiene fermamente i diritti di Israele di esistere e di esistere in sicurezza», ha ribadito Napolitano.