La violenza dei nuovi invasori

Domenica scorsa è successo un episodio curioso e in apparenza irrilevante, per cui i media non se ne sono occupati. Si giocava una partita di calcio amichevole, Belgio-Slovenia, e la banda belga ha suonato l’inno nazionale slovacco, invece di quello sloveno. I giocatori del nuovo, piccolo Stato appena entrato nell’Unione Europea hanno fatto finta di niente, con eleganza (poi hanno perso la partita 2 a 0).
La prima riflessione stimolata dall’episodio è: perché non si è ancora pensato di fare una nazionale di calcio europea? Fra le tante iniziative che si prendono per unire i ventisette Stati che compongono l’Unione, sembrerebbe la più facile e popolare, anche perché ne verrebbe fuori una squadra - per il poco che so di calcio - praticamente invincibile e capace di inorgoglire tutti gli abitanti del continente. Ma è ovvio che non si può: perché una simile squadra non potrebbe tenere conto delle quote che spettano ai singoli Paesi, non puoi avere mezzo centravanti lettone e mezzo greco, e alla fine verrebbero rappresentati al massimo cinque o sei Paesi, scontentando tutti gli altri. L’allenatore (a rotazione?) finirebbe per dividere più di quanto il Parlamento di Strasburgo tenti di unire.
Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa, sosteneva che l’Ue deve essere un’unione di popoli, prima che di Stati, e aveva ragione. Però l’impossibilità calcistica è un segno preciso di quanto l’Europa unita sia più nella testa dei governanti che in quella dei popoli. Infatti ci sono altre prove concrete che l’Unione Europea somiglia sempre più - ha detto qualcun altro - a «una scatola di bottoni spaiati».
La crisi economica spingerà i popoli, prima ancora degli Stati, a un istintivo e comprensibile protezionismo del lavoro. Basti pensare all’episodio dell’impresa italiana che ha vinto un appalto in Gran Bretagna, con conseguenti scioperi degli operai inglesi, decisi a difendere la loro occupazione, mica il trattato di Maastricht. È un fenomeno destinato a crescere, in tutto il continente, perché l’Europa piace fin che dà, non quando toglie. E oggi hanno un bel dirci che senza euro saremmo in rovina: ammesso sia vero, quando si tratta del posto di lavoro, non c’è considerazione che tenga.
Un altro tragico problema di questi giorni sono gli stupri, sempre più frequenti e spesso compiuti da cittadini romeni da poco entrati nell’Ue e che quindi possono circolare liberamente. È inutile sostenere che si tratta di una minoranza criminale. Il fatto è che - sempre e ovunque - lo stupro viene percepito come la presa di possesso dell’invasore: io invado il tuo territorio, e ti dimostro di averne preso possesso nel modo più spietato, violentando le tue donne, che sono il primo bottino di guerra di tutti gli invasori. A dimostrare che gli stupri vengono percepiti nello stesso modo anche dalle popolazioni che li subiscono, lo sdegno che hanno suscitato gli ultimi episodi avvenuti in Italia è superiore a quello dovuto a rapine e omicidi.
Possiamo paradossalmente concludere con «Chi di stupro ferisce, di stupro perisce». La rapidità con la quale si vuole realizzare l’unione - non solo economica, anche politica - è uno stupro alle tradizioni, ai sentimenti, alla nazionalità dei popoli che compongono l’Ue. I popoli non possono venire uniti a colpi di trattati e di costituzioni imposte dall’alto. I popoli non possono correre per soddisfare gli scopi - più o meno benigni - di governanti lontani e misteriosi. Non si può neanche pretendere che una banda musicale distingua i ventisette inni dell’Unione, figurarsi una presunta fratellanza decisa a tavolino e smentita ogni giorno.

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