La violenza nel Dna

Berlusconi afferma: «Lo Stato non può arretrare davanti alle violenze». Ovvio ma straordinario. Sono anni che lo Stato arretra, quando la parte che viola la legalità occupando territori, siti, strade, ferrovie, aeroporti, è in qualche modo connesso alla sinistra. Durante il secondo governo Berlusconi, quello del 2001-2006, la sinistra «riformista» e quella «antagonista» sostennero insieme tutte le occupazioni che potevano essere associate all'idea di sinistra. La Fiom di Rinaldini occupò l'aeroporto di Torino; e la sinistra, a cominciare dalla Cgil, che ora non ha Rinaldini in odore di santità, si associò alla chiusura del contratto con i metalmeccanici ottenuta con la violenza. Perché occupare un aeroporto è un atto di violenza contro i viaggiatori, contro i cittadini, contro le istituzioni.
Il nascente Pd era dalla parte dei dimostranti di Avigliana, città natale di Piero Fassino, quando la polizia difendeva, insultata, svillaneggiata e colpita, i cantieri della Tav. Il governo Berlusconi è caduto perché la sinistra ha usato contro di esso, non le armi della democrazia, ma quelle della rivolta.
La rivolta fa parte della sinistra italiana, della sua anima profonda. L'antifascismo, che fu un fenomeno nazionale viene ridotto ai partigiani comunisti, le cui stragi, è il caso di chiamarle così, sono oggi documentate da Gianpaolo Pansa. Mentre quando erano i «fascisti» a denunciarle, la denuncia indicava la complicità. E Giorgio Pisanò, che la fece, fu spesso in pericolo. E anche Pansa, sessant'anni dopo i fatti, critica i comunisti assassini sotto la scorta della polizia.
Poi giunse il '68, la grande rivolta contro l'autorità. Cominciarono la teologia della liberazione e la svolta antropologica della teologia. Furono gli anni belli del cattocomunismo: Camillo Torres, il prete partigiano armato, divenne un eroe. E Che Guevara fece parte dell'olimpo di una cultura, persino del consumo di massa. Il suo volto divenne un jeans e una maglietta. Fidel Castro fu chiaramente un eroe: e così via. La violenza contro la legalità venne giustificata quando l'illegalità aveva un volto riconducibile in qualche modo alla sinistra.
È caduta così in Italia la distinzione tra forza e violenza, è caduto alla base il principio che fonda lo Stato moderno, cioè il monopolio della forza. E che quindi definisce violenza gli atti commessi in sfregio della legalità.
Il concetto di forza dello Stato contrapposto a violenza partigiana è caduto in una società, in cui la violenza partigiana, anche dopo la liberazione, come durante la liberazione, viene giustificata in nome della rivoluzione.
Lo Stato moderno, liberale e democratico, è negato alle radici. Ed è questa tradizione rivoltosa della sinistra che ha fatto sparire il termine di «forza» del linguaggio politico. E ha fatto sì che il concetto stesso di forza divenisse identico a quello di violenza. La forza dello Stato non era più pensata, diveniva anzi la forma più radicale della violenza. Lo Stato moderno, liberale e democratico è caduto in Italia sotto i colpi della sinistra comunista e postcomunista, sessantottina e cattolica. È raro incontrare qualche manuale di dottrina sociale cristiana che metta in luce il monopolio della forza propria dello Stato moderno; e quindi la definizione di violenza come fatto interamente negativo. Prodi si lamentò che la Chiesa considerasse poco il dovere dei cittadini verso il fisco, ma la cosa più grave è che l'autorità dello Stato non è più un valore per i cattolici ma solo un dato di fatto. Negare il monopolio della forza appartenente allo Stato come un momento fondamentale della dottrina sociale della Chiesa ha fatto sì che in Italia non ci fosse più un politico formalmente cattolico. Perché un cattolico non ha più come primario il valore dello Stato; e per questo il centrodestra è diventato laico.
Berlusconi ha deciso di prendere per le corna la distinzione tra forza e violenza, tra Stato e rivolta. E di farlo a Napoli, dove la memoria di Napoli borbonica, colta e illuminista, crea un mito della città e spiega perché coloro che protestano contro le immondizie facciano un corpo solo con quelli che protestano contro le discariche.
Ma ora D'Alema torna all'antico e afferma che letteralmente «l'uso della forza» è sconsigliato contro la rivolta napoletana. «Forza» è qui sinonimo di violenza; la cultura comunista riappare nel leader storico della transizione del comunismo italiano dal comunismo al postcomunismo. Ritorniamo a Berlusconi: lo Stato non può arretrare davanti alle violenze. Supponiamo che Veltroni sia d'accordo con questo linguaggio e prendiamo atto che D'Alema non lo è.
Gianni Baget Bozzo
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