È violenza sessuale anche se la vittima indossava i jeans

da Roma

È violenza sessuale anche se la vittima indossava i jeans al momento dello stupro. Lo ribadisce la Corte di Cassazione che con la sentenza n.22049 ha rigettato il ricorso di un 40enne bellunese condannato a due anni di reclusione per violenza sessuale.
Tra i motivi del ricorso l’imputato aveva indicato il fatto che la vittima al momento della violenza sessuale indossava un paio di jeans, e che quindi sarebbe stato impossibile concludere l’atto sessuale senza la sua volontà. Per la terza sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Ernesto Lupo, «l’attendibilità della vittima della violenza sessuale non può essere inficiata dal fatto che la stessa indossasse i jeans al momento dello stupro, posto che la paura di ulteriori conseguenze potrebbe avere determinato la possibilità di sfilare i jeans più facilmente».
La decisione dei supremi giudici segue la linea indicata dalla stessa sezione nel novembre del 2001: indossare i jeans non limita o, addirittura, esclude la possibilità di essere violentata. Quella sentenza ribaltò il pronunciamento del 1998, che suscitò forti polemiche, basato sul fatto che «è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans ad una persona senza la sua fattiva collaborazione, perché trattasi di operazione che è già difficoltosa per chi li indossa». Allora la decisione della Cassazione fu accolta con indignazione, soprattutto dalle parlamentari italiane che, con Alessandra Mussolini in prima fila, per solidarietà posarono polemicamente tutte in jeans fuori da Montecitorio.
Ora l’imputato, oltre a scontare la pena, dovrà risarcire la vittima e pagare le spese processuali. La violenza risale all’aprile del 1990, quando l’uomo, un barista, aveva chiesto alla ragazza di accompagnarlo per una commissione e al ritorno, dopo aver bloccato l’ascensore, con uno strattone l’aveva costretta a uscire su un pianerottolo, dove aveva abusato di lei.
Denunciato dalla vittima, il barista era stato condannato in primo grado a tre anni e due mesi, e in secondo grado a due anni per violenza sessuale, sentenza contro cui l’uomo aveva presentato ricorso.
Presentando il ricorso in Cassazione, il barista bellunese era convinto che i giudici veneti non avessero tenuto conto del fatto che la ragazza indossava un paio di blue jeans «che secondo comune esperienza non è possibile sfilare senza la fattiva collaborazione di chi li indossa».
Una posizione che è stata decisamente rigettata dalla Suprema Corte: per i magistrati della Cassazione, infatti, la decisione presa in secondo grado dai colleghi della corte d’appello di Venezia «è assistita da motivazione sufficiente ed immune da contraddittorietà». Non solo: «L’attendibilità della vittima - spiega il relatore Giovanni Amoroso - non può essere inficiata dal fatto che la stessa indossasse i jeans al momento dello stupro». Anzi, secondo i giudici di piazza Cavour la vittima dello stupro «ha puntualmente e senza contraddizioni riferito l’episodio della violenza subita».