La violenza studentesca e il silenzio delle istituzioni

(...) sui muri e addirittura la vernice rossa lanciata sprezzantemente nell’androne di Palazzo Tursi, più forte di ogni discorso. La foto qui a fianco, al di là del valore simbolico, è qualcosa che fa davvero male al cuore.
Oddio, non è che su tutta questa roba le opposizioni abbiano detto chissà cosa, anzi le dichiarazioni si contano sulle dita di una mano, forse per distrazione pre-natalizia, forse un po’ anche per paura dei violenti.
Ma le istituzioni non hanno detto proprio niente. Niente di niente. Solo un vaghissimo accenno, peraltro in risposta a una domanda, da parte di Claudio Burlando («Sono preoccupato e condanno gli scontri violenti di Roma», e quelli di Genova? ndr, e ancora «se il governo e la politica non capiscono l’inquietudine di una generazione di giovani, non capiscono la protesta»). E nemmeno una parola scritta da parte di coloro che, solitamente, vergano comunicati in cui piangono vecchi partigiani non genovesi scomparsi in giro per l’Italia e mettono nero su bianco la loro antipatia, quando non il loro disprezzo, per il governo della Repubblica, che resta pur sempre un’istituzione. Ad esempio, poco tempo fa, ricordo un comunicato della presidenza della Provincia che se la prendeva con una manifestazione (autorizzata e con tutti i bollini della questura a posto) di Forza Nuova, senza condannare una contromanifestazione (non autorizzata) contemporanea di centri sociali e camalli che volevano negare a Forza Nuova il diritto di manifestare. Ma che democrazia è mai questa?
Quelli che tacciono in questi giorni, fra l’altro, sono gli stessi che hanno stanziato soldi e firmato delibere per fare manifestazioni e intitolare vie ai «fatti di Genova» del 30 giugno 1960, cioè la reazione violenta alla scelta di celebrare a Genova il congresso di un partito, il Movimento sociale italiano, che poteva piacere o non piacere, ma che comunque era rappresentato in Parlamento e aveva deputati e senatori regolarmente eletti e fotografava il sentire di centinaia di migliaia di cittadini italiani. «Fatti di Genova» che, fra l’altro, portarono alla caduta del governo Tambroni, anch’esso regolarmente eletto. Eppure, questa sublimazione dell’anti-democrazia è stata festeggiata come un’impresa dalle istituzioni genovesi. Ma che democrazia è mai questa?
Quelli che tacciono in questi giorni, fra l’altro, sono gli stessi che fremevano di indignazione per cancellare le scritte fatte da «Ivan il terribile» e dai suoi amici il giorno della sospensione di Italia-Serbia. Chiaramente, le violenze e i vandalismi dei tifosi serbi erano ingiustificabili. Ma lo erano come lo sono tutte le violenze e tutti i vandalismi. E, anzi, a guardare bene, volendo stilare una tristissima e un po’ macabra classifica del terrore fra piazza De Ferrari e via Venti, quel giorno il livello degli scontri fu molto inferiore a quello visto in occasione delle manifestazioni dei centri sociali, recenti e passate. Fumogeni, petardi, qualche birra di troppo, un furto di scarpe da Footlocker, giustamente denunciato nel mattinale del giorno dopo della questura, insieme ai rumeni bloccati alla barriera antitaccheggio alla Upim e alla badante vanitosa che voleva rubare gli ombretti alle profumerie Douglas. Insomma, niente di particolarmente meritevole. Ma nemmeno nulla di diverso da quello che accade tutti i giorni in via Venti. Eppure, si alzarono alti strilli, la sindaco Marta Vincenzi arrivò a dire che, se le fossero capitati sotto le mani, Ivan e i suoi amici, ci avrebbe pensato lei con due begli schiaffoni e che le scritte sui palazzi e sul Ducale erano uno sfregio a Genova e alla cultura. Le squadre dell’Amiu vennero immediatamente mobilitate per le grandi pulizie.
Tutto giusto, ma resta un dubbio. Perché le scritte contro gli alpini e le violenze dei centri sociali, invece, non meritano nemmeno un millesimo di quell’indignazione? Perché le squadre speciali dell’Amiu, in quelle occasioni, si muovono con meno celerità? Non sarà mica perché i (censurabilissimi, per carità) serbi sono nazionalisti di destra e, quindi, anche l’indignazione viene meglio?
Ecco, ci piacerebbe sentire alta e chiara la voce degli indignati speciali anche sugli scontri di questi giorni. Invece, silenzio.