Violini e banjo, ecco l’altro Boss Trionfo sul palco in nome del folk

L’artista ieri a Milano in un Forum esaurito. Con lui un’orchestra di 18 musicisti e la moglie Patti ai cori. Ovazione per «We shall overcome»

Cesare G. Romana

da Milano

Old Dan Tucker è un Dulcamara d’oltreatlatico, che vende sui treni le sue pozioni «magiche» e intanto reitera il mito erratico degli hobo, caro a generazioni di cantastorie. Jesse James è invece il brigante generoso e spietato, con l’anima da Robin Hood, caro alla leggenda e alla storia. Di entrambi, protagonisti di due canzoni di Pete Seeger, la voce ruvida di Bruce Springsteen reincarna la ribalderia sbruffona e la sottintesa umanità, cui una splendida band aggiunge il galoppo del banjo, il controcanto solenne dei fiati, la danza festosa dei violini e quella plebea della fisarmonica. Insomma, non c’è da stupirsi se un grande album partorisce un non meno grande concerto: come questo del Boss, approdato ieri al Forum d’Assago e accolto, col giusto balance d’emozione e d’entusiasmo, da diecimila persone in motivato delirio.
Protagonista era appunto We shall overcome, l’ultimo disco springsteeniano accolto - non capita spesso - dal plauso corale dei critici e dedicato appunto a Seeger. Dense e sobrie le luci, calibrata la spettacolarità, tutta acustica la band, sul palco come nell’album: con diciotto musicisti e la moglie di Bruce, Patti Scialfa, a guidare l’apporto dei cori. E con tutta la magia che Springsteen riesce a evocare quando, lasciata a casa la E-Street Band, si ripropone lontano dal vitalismo stentoreo del rock, svelando così il suo volto più umbratile e interiore, e il suo policromo talento attoriale. Come nel memorabile tour che seguì The ghost of Tom Joad, e in quello scaturito da Devil & dust. E come in questa rivisitazione di Seeger, dove festa e struggimento, ironia e melanconia si mescolano splendidamente. Mostrandoci uno Springsteen all’occorrenza epico e all’occorrenza più riflessivo: come in Mrs. McGrath - un dolore di madre sul figlio ferito in guerra - col suo passo di danza campestre e il violino a raccogliere, dilatandola, la linea del canto. Per anticiparla, invece, in O Mary don’t weep, dove tocca ai cori riprendere ed esaltare la duttile trama melodica.
Né manca, ovviamente, We shall overcome, il brano più celebre tra i molti scritti o rilanciati da Seeger, qui riletto su un ritmo lento di marcia, sottolineato da un’ispirata fisarmonica e cantato da Springsteen col tono assorto d’una preghiera: quale in fondo esso è, celebrando la religione laica dei diritti civili, dice Bruce, «negli anni Cinquanta come nei Sessanta di Dylan e Joan Baez e ancora pochi giorni fa, quando ha fatto da colonna sonora alla marcia degli immigrati negli Usa».
Colpisce in tutto il concerto, come pure nell’album, la comunanza d’intenti che lega il vecchio maestro e il non più giovanissimo allievo. Ché, in Pete Seeger, Bruce Springsteen si rispecchia e si conferma, memore che «queste sono, in fondo, le mie radici»: non a caso affianca a John Henry, storia d’ottocentesca disoccupazione, la sua Johnny 99, ritratto d’un disoccupato dei nostri giorni. E analogamente inserisce nella scaletta del recital, senza interromperne la continuità d’emozioni e d’atmosfere, la sua City of ruins, dedicata all’11 settembre e tuttavia adatta ad evocare tragedie più antiche e anche più recenti - la distruzione di New Orleans, dove questo tour ha preso trionfalmente il via - col suo passo di spiritual senza tempo.
Nessun tradimento, dunque: la scarna poesia di Seeger riemerge vincente, pur riambientata in un più ampio contesto sonoro che non la smentisce, semmai ne dilata le prospettive, aggiungendo chiaroscuri e screziature, evocando stili diversi - cajùn, gospel, blues, folk, vaudeville - quasi a garantire al prototipo seegeriano un’ulteriore universalità. Al tutto Bruce assomma un’irruenza di canto che era già, in nuce, nei testi e nelle musiche, cercava solo chi la stanasse e la rendesse esplicita, esaltandone la potente tensione etica. Springsteen lo fa con un carico toccante d’amore e di rispetto, riconoscendo in quello del maestro il proprio, più volte dimostrato, impegno civile. E il pubblico milanese, del tutto soggiogato, lo sommerge d’ovazioni, in un clima condiviso di festa e commozione che rende il concerto tanto più magico, e indimenticabile.