Un violino che conquista anche i giovani

Platea in piedi, applausi scroscianti e ovazioni entusiastiche: Uto Ughi, grande violinista e grande personaggio, di quelli che popolano i teatri, che creano code interminabili al botteghino, che diluvi o nevichi non importa, in pochi preferiscono la calda poltrona di casa.
E pubblico infatti ce n'era, lunedì sera al Carlo Felice, in occasione di questo concerto della Gog: i cultori, gli appassionati, chi ha seguito la sua lunghissima carriera e che non perde un appuntamento, ma anche chi lo conosce solo di fama e ha deciso di ascoltarlo magari per la prima volta.
E soprattutto tanti, tantissimi giovani; lo studente del conservatorio armato di custodia e spartito (figura che non manca mai), ma anche allegre e chiassose scolaresche che applaudono tra un tempo e l'altro (pure queste immancabili) magari al loro primo appuntamento con un concerto di musica dal vivo che non sia rock.
Ottimo segnale, considerando che ad Ughi è stato conferito dalla Presidenza del Consiglio un ruolo fondamentale nella diffusione della musica classica presso il pubblico giovanile: un grande protagonista della musica italiana, un uomo che ha fatto e continua a fare tanta cultura, con carisma e virtuosismo: ce ne fossero. Quando si infrangerà il mito della musica «seria» destinata a pochi (e possibilmente anziani) avremo già fatto un sostanzioso passo avanti.
Ma veniamo a loro, Uto Ughi e Alessandro Specchi, duo di ferro, hanno affrontato un programma brillante ed appassionato, che bene si addice al temperamento del celebre violinista, bis compresi (Schubert, Grieg, Debussy, Wieniawski, Massenet, Sarasate), tutto eseguito con enfasi e concitazione, con sacrificio di crini saltati sotto la generosa pressione dell'arco.
Del resto ormai la sua mano va da sola, una tecnica solidissima che gli permette di percorrere la tastiera con agilità e con estrema velocità (anche troppa, a parer nostro); e qui sta la nostra piccola riserva, pur rispettando la scelta di stile: con un briciolo di fretta in meno, lo strumento respirerebbe di più, qualche piccolo indugio sulle parti cantabili, magari con un vibrato più morbido, e la musica sarebbe ancora più godibile.
Ma siamo nelle alte sfere e a Uto Ughi si perdona anche questo.