Vip divisi sulle tre torri in Fiera «Futuro alto». «No, estraneo»

Dopo le proteste dei cittadini contro Citylife la parola passa a critici, architetti e stilisti: c’è chi sente aria di innovazione per Milano e chi attacca piani e progettisti

Tre grattacieli firmati da architetti di fama internazionale, che secondo alcuni costituiscono un biglietto da visita per Milano, l’asso nella manica forse per la candidatura all’Expo 2015, per altri un qualcosa di «insensato e retrò». Stiamo parlando di Citylife, il progetto per cui ieri è stata firmata la convenzione che farà rivivere l’area dell’ex Fiera, una superficie di 176.862 metri quadrati, compresi tra viale Berengario, via Spinola e via Senofonte, viale Cassiodoro e viale Boezio e viale Duilio. I grattacieli progettati da Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki non fanno discutere solo i residenti della zona che si scagliano contro le tre torri perché «toglieranno la luce alle loro case», ma anche critici, stilisti e architetti.
Lo stilista Elio Fiorucci, fresco di Ambrogino, è molto favorevole al progetto, che considera quasi indispensabile per la città. «Milano dovrebbe solo ringraziare. La costruzione di un nuovo centro moderno è da vedere solo con favore, anche perché Milano è “Duomocentrica”. Non solo - commenta Fiorucci -, sono stati scelti tre architetti di rilievo e prestigio internazionale che porteranno una ventata di aria fresca. Negli ultimo 40 anni, infatti, Milano è stata congelata. Adesso che finalmente si comincia a fare un progetto di ampio respiro i cittadini vogliono che Milano rimanga un villaggio?» si chiede polemicamente lo stilista. Insomma la creazione di un centro moderno, tecnologico e internazionale è visto come necessario. «È un’anomalia che Milano non abbia dei grattacieli a parte qualche “antica” eccezione. Mi ricordo ancora l’emozione di quando ero ragazzo nel vedere edificare il Pirellone», conclude.
Non la pensa così Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura del comune di Milano che si scaglia contro i grattacieli «che rappresentano una visione attardata e retrograda dell’architettura, una traccia del secolo scorso che si proietta sul nuovo». Il critico non si lascia intimidire dai grandi nomi che firmano i disegni. Zaha Adid? «Non è particolarmente originale, Isozaki lavora da noi perché non lo vogliono in Giappone. E poi, per definizione, i grattacieli dovrebbero essere eretti, e non penduli come questi». Dalla “mattanza” si salva solo Libeskind: «Ha una sua originalità». Seconda preoccupazione del critico: le villette degli anni ’20 e ’30 circostanti l’area per i quali «chiederemo alla Sovrintendenza il vincolo». Sgarbi si dice molto soddisfatto, invece, della decisione di avviare un tavolo con Citylife per studiare modifiche e miglioramenti al progetto, come è stato già annunciato mercoledì dal sindaco Moratti che ha incontrato a New York il progettista.
Molto critica la posizione di Philippe Daverio, critico d’arte e assessore alla Cultura a Milano sotto la giunta Formentini: «Questi architetti non conoscono Milano, la sua storia, i suoi palazzi, i suoi monumenti. Sono progetti avulsi dal contesto, cosa impensabile per l’architettura. Si può parlare di estetica di immobili, più che di urbanistica». Contrario ai grattacieli? «No - si difende Daverio -; anzi, i grattacieli mettono l’uomo in rapporto con l’ambiente. I grattacieli servono, insomma, per un nobile scopo: vedere il panorama».
È lo stesso Libeskind a rispondere: «Al centro del nuovo progetto Citylife c’è l’idea che questo non è un sito a se stante, ma la proiezione di una nuova connettività del sito e la creazione di un autentico quartiere valido per i suoi abitanti e per quelli circostanti».