Virdis: «Io rifiutai la Juve e rischiai la carriera Allora era più dura, i club erano nostri padroni»

Virdis, ha visto Kakà? Cosa si prova a dire no? Trent’anni fa, lei ci ha provato.
«Ho visto, ma io avevo 20 anni e ho resistito poco. Un ragazzo di 20 anni che non ce l’ha fatta a portare avanti la sua volontà».
Quanto durò?
«Il mese della campagna acquisti. Si era parlato del mio trasferimento alla Juve prima della fine del campionato. Poi passarono ai fatti».
Era al Cagliari e la voleva la Juve...
«Appunto, era l’estate del ’77, il Cagliari giocava in serie B e perse gli spareggi per tornare in A. Volevo restare per riprovarci. Ma il presidente di allora, Mariano Delogu, che poi diventò sindaco, aveva deciso di vendermi alla Juve: la società aveva grossi problemi. Con la mia vendita si sarebbe messa a posto».
Perchè il no durò poco?
«Perchè ero giovane, non avevo forza. Non ero Gigi Riva che era famoso, aveva forza e non si mosse dalla Sardegna. Allora non esisteva la volontà del giocatore: la società era proprietaria del cartellino e decideva».
Chissà cosa si scatenò?
«Ho sopportato tante pressioni, subii la minaccia di chiudere con il calcio. Ma era secondario: ero convinto e non mi sarei fermato» .
E allora?
«Ci furono stress, tensioni, pressioni alla mia famiglia. Ero troppo giovane per sopportare tutto».
Alla Juve avrebbe guadagnato bene...
«Ma lasci perdere... Ero talmente imbambolato... Presi lo stesso stipendio ricevuto dal Cagliari. Il guadagno era altro».
Cioè?
«Prendevo i premi, sia che giocassi sia che non giocassi. E in una società come la Juve ti triplicavano lo stipendio. Ogni punto valeva tot, non le dico quanto, e in una squadra così vincente si facevano tanti punti».
Quanto prese il Cagliari?
«Allora si parlò di due miliardi di lire, pagati tra soldi e giocatori».
Per lei fu un affare?
«Posso dirle che non sono stato scaltro. Ci voleva qualcuno dei procuratori di oggi».
Quel “no” pesò?
«Pesò, perchè detto in un periodo in cui non era ammesso il “no”. Oggi tutto è più facile. I giocatori sono liberi di dire, trattare e decidere».
Portò qualche conseguenza?
«Ti aspettavano tutti al varco: società e tifosi».
Soddisfazioni?
«Inizialmente non ero contentissimo. L’ho detto: ci tenevo a riportare la mia squadra in serie A. Sentivo il peso di una volontà violentata. Però era pur sempre la Juventus, calcisticamente non potevo proprio lamentarmi».
Che effetto le ha fatto questa storia di Kakà?
«Mi piacerebbe che un giorno si raccontasse la vera storia. Ho visto grande determinazione nei tifosi. Se tutto è finito in un fatto sentimentale, bene. Sono cose belle».