Virginia, fra Allen e Webb sfida all’ultimo scandalo

nostro inviato a New York
Anche i soldi: milioni da sinistra e milioni da destra. È importante, la Virginia. La sfida più accesa, più dura, più cattiva. George Allen contro Jim Webb: uno che da grande voleva fare il presidente, l’altro che da piccolo faceva il militare e lo scrittore. Si gioca sporco e i partiti ce la stanno mettendo tutta: i democratici vi hanno investito fin dal primo giorno, i repubblicani hanno portato via i quattrini dalla campagna della Pennsylvania e li hanno trasferiti a quella di Allen. Non è detto che basti: l’ex governatore e senatore uscente è passato in svantaggio. Tutti i sondaggi lo danno sotto. È ciò che nessuno s’aspettava, a cominciare da lui, George: Allen viaggiava tranquillo verso la rielezione. La sua era una campagna che doveva fargli capire se era pronto o no, se era possibile o no. Cioè se tra due anni poteva provare il salto: candidato alle primarie repubblicane per la Casa Bianca.
George the conservative, come lo chiamano per compiacerlo, è un personaggio. Presuntuoso: si è autoproclamato discendente politico di Thomas Jefferson, mastica tabacco, indossa sempre e soltanto stivali. Si muove e si sente uomo del Sud. A volte troppo: figlio di un famoso coach di football americano, Allen ha avuto problemi quando è saltato fuori che da giovane inneggiava alla Confederazione. Viaggiava con una bandiera dei sudisti in macchina. Lo accusarono di razzismo sia al liceo, sia all’università. Lui aveva in mente già il suo futuro: la gavetta nel partito repubblicano, le campagne elettorali, le mani da stringere. «Ciao, sono George il Jeffersoniano». Un po’ gli è riuscito: prima governatore della Virginia, poi senatore.
A Washington non piace molto: troppo sicuro di sé fino a essere spocchioso, incapace di ammettere gli errori. Allen vive a Mount Vernon con moglie e tre figli. La vita gli ha regalato un successo dietro l’altro. A 54 anni sente che c’è ancora la possibilità di migliorare: per questo s’è messo in testa di provare a giocarsi le carte da potenziale presidente. Ora rischia di perdere tutto, però: il seggio e quindi anche l’eventuale tentativo per le presidenziali. Un caos: dieci punti di margine bruciati, una serie di errori in fila, le accuse di razzismo e le omissioni sulla madre ebrea.
Webb gode: partito come martire della causa democratica, può essere il vincitore. Abbastanza da cancellare la macchia di un passato pruriginoso. È stato un colpo basso, a dire il vero: Allen ha mostrato al Paese, attraverso Drudgereport, un brano di un romanzo scritto anni fa da Webb in cui si descrive una scena di sesso tra un adulto e un ragazzino. «Sono scene inquietanti per un candidato che spera di rappresentare le famiglie di questo Stato». Poco elegante, il senatore. Poco elegante anche lo sfidante che per difendersi ha usato la strategia peggiore: «Non è sesso». La giustificazione è la seguente: non c’è un rapporto, ma solo uno scambio di effusioni spinte. Una risposta imbarazzante quanto la vigliaccheria dell’accusatore.
Sempre peggio, allora. In Virginia si gioca pesante fin dall’inizio. Il primo è stato Webb: ha mandato un ragazzo indiano a seguire passo passo la campagna di Allen. Gli hanno dato una telecamera e gli hanno ordinato di riprendere il senatore in ogni momento, di infastidirlo, di innervosirlo. George ci è cascato: ha dato della scimmia a quel giovane. Davanti a tutti. Così da tre mesi passa i suoi giorni a spiegare agli elettori di non essere un razzista. Un punto alla volta Allen ha pagato. Da + 6 a - 4. Adesso un altro errore. Gli uomini del suo staff hanno picchiato un intervistatore troppo impertinente: «Ehi, è vero che ha sputato in faccia a sua moglie?». Botte. Il partito s’è dovuto muovere: nell’ultima settimana la Virginia è lo Stato dove stanno investendo più soldi.
Webb s’è preso i sondaggi: ex segretario della Marina, membro dell’amministrazione Reagan, non è proprio un liberal. Pare un repubblicano mascherato. È così che si sta prendendo i voti di Allen. È così che si giocherà gli ultimi giorni. Testa a testa. Conteranno le donne, in questa campagna al testosterone. I candidati l’hanno capito adesso: uno accusato di pedofilia, l’altro che forse ha sputato alla moglie. Le signore sceglieranno il meno peggio. Cercheranno di convincerle Mary Matalin e Lynda Robb, le due strateghe assunte all’ultimo minuto da Allen e Webb per rimediare alle figuracce. In Virginia si corre senza freni: la maggioranza del Congresso potrebbe anche essere decisa qui. E un senatore non vuole perdere il futuro. Il suo.