Virginia Woolf autodidatta? No, una secchiona in storia

Erudita, allusiva, complessa: ecco l’inedito ritratto che emerge dalle ultime ricerche degli esperti. In barba ai biografi &quot;ufficiali&quot;<br />

La fine è nota: il 28 marzo 1941 Virginia lasciò dietro di sé quanto riteneva indispensabile: due brevi note, il marito Leonard e Monk’s House. E camminò verso il fiume Ouse. In tasca, pietre. Nel cuore, quello che sarebbe divenuto uno dei più famosi suicidi della storia della letteratura. Entrò nel fiume e si annegò. «Amava i prati umidi/ le colline erbose, i suoi amici, i suoi libri, i suoi ricordi/ La stanza che era per sé sola... Ora è andata nel più superbo mondo dell’immortalità», scrisse sull’Observer di quei giorni Vita Sackville-West nella poesia In memoriam, il primo ricordo della scrittrice inglese che cambiò per sempre il modo di narrare del Novecento, facendo del «flusso di coscienza» di Mrs. Dalloway, Gita al faro, Orlando, uno degli stili più amati e copiati di quel secolo e del nostro.

Credevamo che sulla Woolf fosse stato detto quasi tutto e invece, a settant’anni dalla scomparsa, sono proprio gli accademici inglesi a rimettere tutto in gioco, con una nuova edizione delle sue opere che arriva a celebrarla ma anche a rivalutarla sotto una luce inedita. Quando si parla di Virginia, infatti, si tende a considerarla prima di tutto un’attivista, una femminista nemmeno troppo ante litteram - si vedano i continui riferimenti a Una stanza tutta per sé -, una provocatoria bohémienne, scandalosa per il suo legame bisessuale con Vita Sackville-West. Insomma, prima di tutto un membro del Bloomsbury e soltanto dopo una scrittrice capace di potenti visioni, di uno stile sommamente costruito, di una forte formazione intellettuale.

A una delle più famose università del mondo il merito di aver riesaminato i suoi lavori in vista della Cambridge Virginia Woolf Edition, battezzata nel Regno Unito in questi giorni: tutti i lavori della Woolf ripresi punto per punto, in tutte le varianti, esaminate da studiosi americani e inglesi nella stessa versione di testo e poi annotati. E sono le note, oltre a una monumentale introduzione, a illuminare il processo creativo della scrittrice come mai era stato fatto. Erudita, allusiva, complessa: ecco il nuovo ritratto che ne esce. Gli studiosi si sono sbilanciati al punto di affermare che il posto delle Woolf nell’Olimpo letterario vada riconsiderato fino a metterla al pari di figure «rivoluzionarie» come T.S. Eliot e James Joyce.
«Non sono mai stata a scuola» amava dire Virginia. Niente di più falso, secondo gli accademici: seguì le lezioni del King’s College di Londra, in materie come storia, lingua tedesca, greco e latino e, anche se non prese mai una laurea, a una lettura attenta dei suoi scritti emergono prove che abbia dato esami.

Coltissima e sofisticata, amava però nascondere tra le righe i riferimenti alla politica e ai classici. Bastava accorgersene, invece di lasciare la percezione pubblica della sua figura nelle mani della biografia del nipote Quentin Bell e degli esigui commenti autobiografici. «È stupefacente il suo rigore nelle letture e negli studi» commenta Anna Snaith, una delle studiose che ha composto la nuova edizione della Cambridge University Press, annotando Gli anni. E Virginia Nicholson, la sua bisnipote, anche lei scrittrice e figlia di Quentin Bell, ha fatto buon viso a cattivo gioco: «Sono felice che Cambridge trovi una nuova dimensione al suo lavoro, in modo che possa raggiungere un pubblico più ampio. Ma spero che questi richiami al fatto che è ben più letteraria e complessa di quanto non sia apparso sin qui non facciano pensare alla gente che sia oscura e inaccessibile. Anche se i suoi libri sono senz’altro intelligenti, il fascino di molti di essi risiede primariamente nel fatto di essere buone letture accessibili a tutti».

Nel mezzo della rivoluzione anglosassone, da parte nostra, per celebrare l’anniversario ritroviamo in libreria, dopo decenni di assenza, proprio la biografia più famosa e discussa, Virginia Woolf, mia zia, di Quentin Bell e il più interessante, per capire la tormentata risoluzione di Virginia, Ingannata con dolcezza di Angelica Garnett, nipote di Virginia e figlia di Vanessa Bell, «ultima erede di Bloomsbury», entrambi rieditati da La Tartaruga. La Garnett racconta la sua infanzia a Gordon Square, il cuore di Bloomsbury, e a Charleston, la casa di campagna, ora monumento nazionale, paradisi precari e insieme prigioni, che conducono la giovanissima Angelica a sposare David Garnett, un tempo l’amante di suo padre Duncan Grant.