Le virgole fuori posto dell’energumeno chic

Studente brillante e manesco, amava l’antica Grecia e i salotti alla moda. A suo agio con i ragazzi di borgata, un giovanetto dell’alta società lo portò alla rovina

Quando uscì dai lavori forzati, Sebastian Melmoth non era più lo stesso. Curiosamente, invece delle dita incallite dei galeotti, aveva una mano molliccia come fosse di plastilina. La pelle del volto era scarlatta e spessa. Doveva grattarsi con frequenza e se ne scusava. Camminava pesantemente come se i piedi gli dolessero. Sul testone portava un cappello troppo piccolo e vestiva con molto meno fasto di un tempo.
A Parigi, dove si era rifugiato per non essere riconosciuto, fu preso di mira da una banda di ragazzetti. Quando appariva, appoggiato al bastone d’ebano con intarsi d’avorio, lo circondavano minacciosi. «Dacci il bastone o ti uccidiamo», gli ordinava il più sfrontato. Sebastian cominciava a piangere con grosse lacrime che gli scendevano sulle gote enormi e invariabilmente consegnava il bastone. Poi glielo facevano riavere dal portiere del piccolo hotel in cui abitava.
Era diventato repellente e ne era consapevole. Gli rimaneva solo la celebre verve che permetteva di scherzarci su. «La verità - disse a un amico - è che assomiglio più che mai a un grosso scimmione. Spero però che non ti limiti a offrirmi noci, ma che mi inviti a colazione».
Cattolico e isolano, Melmoth nacque nell’ex colonia danese da ottima famiglia. Il padre era un oculista di fama europea. Tra i suoi pazienti anche il re di Svezia, Oscar I, che fu padrino di Sebastian. La madre, Francesca Elgee, aveva il salotto letterario più in voga della città portuale. Il loro figliolo li colmò di soddisfazioni da ragazzo, per poi sommergerli di pene da adulto. Il giovanotto, eccezionale al liceo, fu strepitoso nell’università di Oxford. Ma per l’originalità eccessiva veniva deriso dai compagni. Innamorato del mondo ellenico era, in ogni sua fibra, un esteta. Portava pantaloni alla zuava di velluto e cappelli piumati sulla chioma da paggio medievale. Il suo alloggio era colmo di oggetti di avorio, porcellane e tendaggi. Considerato effeminato, era in realtà un duro. La volta che quattro colleghi molto «machi» irruppero nella stanza con l’intenzione di devastargliela per dispetto, li scaraventò uno dopo l’altro giù dalle scale. A Oxford ebbe diverse avventure amorose. Quella con una prostituta gli procurò la sifilide. Ma non se ne accorse e trascurò la malattia.
Dopo la laurea, si trasferì a Londra. Voleva fare lo scrittore soprattutto per avere tempo da dedicare alla vita mondana che adorava. Come letterato sono molto indaffarato, scrisse a un amico, «stamattina ho tolto una virgola, e questo pomeriggio l’ho rimessa di nuovo». Divenne celebre per gli scritti e un idolo per l’esistenza sontuosa. Gratificato, esclamò: «Ho messo il mio genio nella mia vita; tutto quello che ho messo nelle mie opere è il talento». Trovò anche il tempo di sposarsi e avere due figli. Ma era bisex. In genere, frequentava ragazzi di borgata. Un maledetto giorno si imbarcò però in un’avventura con Alfred, un giovanetto bene. Il padre di costui era un marchese, ma anche un appassionato di boxe. Queensberry, così si chiamava, aveva scritto lo Statuto di questa disciplina, dandole quella caratteristica di «sport per gentiluomini» che suggerì poi ai francesi di definire il pugilato «la noble art».
Il marchese, dunque, seccato della tresca col figlio si presentò per un chiarimento dal Nostro in compagnia di un boxeur professionista. Sebastian, per nulla intimorito, ascoltò le numerose villanie del nobiluomo e, senza replicare, suonò il campanello. Apparve il maggiordomo, un efebo diciassettenne. «Quest’uomo - disse il Nostro al servitore, indicandogli l’intruso - è il marchese Queensberry, il più infame bruto di Londra. Non lasciarlo entrare mai più in questa casa». E cacciò il marchese e il suo boxeur. La vendetta del padre di Alfred fu immediata. Trascinò Melmoth in giudizio per sodomia e lo fece condannare a due anni di piombi.
Fu così che il Nostro, scontata la pena, volle scomparire. Emigrò, adottando lo pseudonimo che abbiamo usato finora. Visse in esilio tre anni, poi la lue che covava si rivelò con un’infezione all’orecchio e si estese implacabile. L’agonia nell’alberghetto parigino durò due mesi. Prima di andare all’altro mondo, il falso Sebastian fece due cose. Si riconciliò col Signore accettando l’estrema unzione e chiese dello champagne. Quando gli fu portato disse: «Sto morendo al disopra delle mie possibilità» e spirò.
Fu sepolto al cimitero Père-Lachaise a 46 anni.
Chi era?