Virilio: "Il mondo è troppo piccolo per il progresso"

Il filosofo e urbanista francese, "collega spirituale" di Baudrillard,
de Benoist e Debray, lancia l’allarme sull’"inquinamento delle
distanze"

Ho nostalgia
della grandezza
del mondo,
della sua immensità

Paul Virilio

Dal momento in cui il primo aeroplano è decollato, dice il proverbio, l’uomo ha perso le sue ali. E si è guadagnato, possiamo aggiungere, una nuova facoltà universitaria: la facoltà del Disastro, dove si studia giorno e notte per portare avanti quel progresso tecnico che serve a curare i mali causati dal progresso tecnico. Una scienza circolare e infelice, come già commentava Jankélévitch.

Il testo base per questa facoltà l’ha scritto Paul Virilio. Si intitola, appunto, L’università del disastro (Raffaello Cortina, pagg. 168, euro 16) ed è la summa vertiginosa, anche nello stile, di tutti i temi di questo celebre filosofo e urbanista francese nato nel 1932, «collega spirituale» di Baudrillard, Alain de Benoist, Regis Débray e autore di importanti libri sul ruolo politico della velocità e della circolazione territoriale, sulla meccanica della guerra e le nuove tecnologie. Tra le righe, Virilio è anche un cattolico sornione, conservatore ma non troppo, che si occupa pure di arte contemporanea scrivendo saggi polemici e organizzando mostre, di cui una molto bella alla Fondation Cartier di Parigi, fino al 15 marzo prossimo, «Terre natale», dedicata ai flussi migratori globali. Infine, Virilio è un uomo che, come Foucault, ha un sottile intuito per i pericoli cui è esposta la società: sa quali sono quelli più drammatici e quelli su cui si può temporeggiare. Ha anche una bellissima voce, precisa e calda come quella di un attore teatrale.

In «L’università del disastro» possiamo leggere: «L’atmosfera è diventata una lunga malattia nosocomiale i cui sintomi non cessano di evolvere». Ne moriremo?
«Lavoro da trent’anni sulla nozione di velocità, ossia sull’esaurimento delle distanze. Posso dire che c’è un doppio effetto serra: il primo climatico, il secondo causato dalla riduzione del mondo e del nostro campo di azione. Giunti alla fine della storia, preconizzata da Fukuyama, ora sappiamo che c’è anche la fine della geografia. Semplicemente, il mondo diventa troppo piccolo per il progresso. Se noi vivessimo tutti come gli americani, ci vorrebbero cinque pianeti Terra. Se vivessimo tutti come gli europei, ce ne vorrebbero due o tre. La decrescita serena non è una soluzione, poiché rimarrebbe il problema della velocità di trasmissione delle informazioni. C’è un’ecologia verde che si occupa dell’inquinamento della natura. Ma ce n’è anche un’altra: un’ecologia “grigia” che tratta della grandezza del mondo. Cioè dell’inquinamento delle distanze».

Ma le soluzioni possono arrivare dall’interiorità di ciascuno, come voleva sant’Agostino, oppure da leggi adeguate e rispettate?
«Non siamo ancora al punto delle soluzioni, e comunque non ci sarà nessun grande uomo tipo Freud, Marx o Darwin a trarci d’impaccio. Da qui l’importanza di un’università del disastro: nel 1088 a Bologna se ne fondò una che aprì una nuova epoca del sapere, oggi dovremmo fondarne un’altra dove studiare i disastri provocati dal progresso. Dove fare il crash-test al progresso, come in alcuni laboratori. Poiché, diceva Hannah Arendt, progresso e catastrofe sono due facce della stessa medaglia. Oggi abbiamo una conoscenza della catastrofe solo materialista, sostanziale, ma non relativista. Vede, quando si lavora con la velocità, si lavora con lo spazio e col tempo. La velocità non è un fenomeno, ma una relazione tra fenomeni, cioè pura relatività. E qui c’è una mancanza dei nostri studi».

Camus ha scritto che il Ventesimo è il secolo della paura. Può ben valere anche per l’oggi?
«Più che della paura, lo definirei impitoyable. Un secolo senza pietà. E vale anche per l’oggi. Non è più un problema occidentale, orientale, del nord o del sud del mondo, ma del resto del mondo, di ciò che resta del mondo. Sa cosa penso di questa crisi economica? A fianco della grandezza del progresso, c’è la grandezza della povertà. Il nostro tempo ha sposato la povertà. Poiché ha realizzato che la Terra è troppo piccola per il guadagno».

Ma perché l’arte sembra non portare più nessun aiuto né speranza?
«Credo che delle catastrofi dell’ultimo secolo e del tempo attuale l’arte sia la prima vittima: l’espressionismo tedesco, l’azionismo viennese, e poi Hirst, Cattelan, Koons... l’arte è stata terrorizzata. Non si distingue più tra arte sacra e arte profana. Come scrivo in un libro non ancora tradotto, L’art à perte de vue \, dopo aver profanato l’arte sacra, ora stanno profanando l’arte profana. Lo dico dopo aver frequentato Matisse, Giacometti, Braque, Poliakoff».

Tutto questo forse perché c’è troppa inutile libertà?
«Senz’altro. Siamo passati da una democrazia rappresentativa a una democrazia della presentazione, dell’emozione istantanea, che vede nei mass media strumenti privilegiati. A fianco della comunità di interessi, tipica delle classi sociali, che muoveva la vecchia politica, ora c’è una dilagante comunità di emozioni. Un comunismo delle emozioni».

Ma quali sono le cause di quella che lei definisce «arte accidentale»?
«Ancora la rapidità, la velocità. È il successo del futurismo. Le cose vanno così velocemente che non abbiamo più nessun passato e nessun futuro. Abbiamo solo l’istante presente e l’istante è l’accidente della storia, anche di quella dell’arte. Il passato dovrebbe metterci sull’attenti, ma il passato non esiste più. Viviamo in un periodo che ha squalificato la lunga durata, e con essa il peso di fatti storici come la Rivoluzione francese, la Grande guerra, la seconda guerra mondiale. Viviamo nell’ultra-corta durata dell’istante, cioè nell’istante reale. Ubiquità, velocità, sono effetto di tutto ciò e riducono lo scorrere del tempo passato e addirittura del tempo a venire. Oggi si approfitta dell’accidente. E il tempo accidentale mette fine al tempo della storia».

Lei è amico di alcuni intellettuali francesi per così dire ostracizzati, mentre altri fanno le «vedette». Di cosa si nutre oggi il suo spirito?
«Sì, c’è una forma di censura, un sofisticato divieto da parte dei media, che hanno paura della paura. L’università del disastro ha avuto sei o sette traduzioni, ma solo dieci righe da parte di tutta la stampa francese. Io stesso ho meno possibilità di quante ne avevo cinque anni fa. Sono stato amico di Débray, tra i pochi con cui mi sento in sintonia, dopo la morte di Derrida. Leggo Kafka, per me il più grande del secolo scorso, e gli autori della Mitteleuropa: Roth, Kraus. Ma anche Jacques Ellul. Tra gli italiani, Giorgio Agamben: ero con lui al Collège international de philosophie, avevamo fatto un piccolo gruppo insieme al cognitivista Francisco Varela, al poeta Jacques Roubaud e a Bernard Stiegler».

Un’ultima domanda, a proposito dell’...
«Me ne ha già fatte sette. Sette è il numero della perfezione».

Otto è il numero dell’infinito...
«Touché».

E l’amore, oggi?
«... direi la stessa cosa che ho detto per l’arte. Prima abbiamo profanato l’amore sacro, e ora stiamo profanando l’amore profano, ridotto a ginnastica. Sono amico del coreografo William Forsythe, e le dico: guardi la crisi della danza. Cos’è, se non la crisi dell’amore? Tutta l’arte di oggi è solo avanguardia catastrofica, un testamento di questo dramma. La perdita della figura che si è verificata con l’espressionismo e l’astrattismo, non ricorda forse la perdita dell’amore?».