Il virus dell’Est manda al tappeto Intesa (-15%) e Unicredit (-8%) Lo spettro «nazionalizzazione»

Da un lato l’Est Europa sempre più sull’orlo del collasso economico, dall’altro lo spettro di una nazionalizzazione del credito su vasta scala: troppo per non rendere ancora la Borsa un patibolo per le banche italiane, a partire da Unicredit, Intesa Sanpaolo e il Banco Popolare.
Il gruppo di Alessandro Profumo ha ceduto un altro 8,7% chiudendo a 89 centesimi. Il prezzo di un caffè. Ancora peggio Intesa che è crollata del 15,3%, mandando in frantumi la soglia psicologica dei due euro (1,78 euro) tra scambi intensi. Alla débâcle ha probabilmente contribuito la cattiva interpretazione dei regolamenti dei «Tremonti bond» (che nel pomeriggio erano parsi un viatico per portare lo Stato in forza nel capitale delle banche) a dispetto delle rassicurazioni del presidente Giovanni Bazoli sull’allarme nazionalizzazione: «Penso sia stato chiarito che il discorso non riguarda affatto le banche italiane». A conti fatti Intesa ha perso 4 miliardi in termini di capitalizzazione ma va detto che nelle scorse settimane aveva pagato lo scotto della crisi meno delle concorrenti malgrado tragga dell’Est il 12% dei propri utili. Molti analisti hanno però visto, soprattutto dietro a Unicredit, le mani degli hedge fund. Gli stessi che fino a qualche anno fa appoggiavano la decisa espansione nella nuova Europa voluta da Profumo. In sostanza un’altra prova della difficoltà con cui il banchiere sta cercando di recuperare il proprio feeling con il mercato dopo la cura d’urto da 6,6 miliardi varata con un blitz a ottobre: da allora Unicredit ha ceduto il 67% e ora per la Borsa vale 12,8 miliardi, poco più di un decimo dei massimi raggiunti dopo l’incorporazione di Capitalia. Troppo per non spiazzare grandi e piccoli azionisti: «Non siamo delusi da Profumo, ci abbiamo creduto e non ci siamo tirati indietro nei momenti di difficoltà. Sappiamo che i problemi valgono per noi molto meno che per banche americane o inglesi che hanno chiuso i battenti. Però ci rendiamo conto che avanti così non si può andare», ha ammesso il governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo (cui fa capo lo 0,6% di Unicredit). Uno «scricchiolio» che potrebbe aumentare di intensità in parallelo al tracollo di Borsa, esplodere tra i fondi azionisti alla prossima assemblea di bilancio, chiamata a rinnovare il cda e destinare una vicepresidenza ai grandi soci libici: la banca aprirà anche una sede di rappresentanza a Tripoli. Buona parte dei conti di Unicredit dipendono comunque dall’Est Europa (20% dei ricavi), un’area che secondo la Banca mondiale ha prospettive «desolanti»: ieri la controllata polacca Pekao pur chiudendo il quarto trimestre con un utile di 150 milioni, ha previsto forti accantonamenti per fronteggiare crediti a rischio superiori alle attese e ha cancellato le previsioni per i prossimi due anni.
Ancora al tappeto anche il Banco Popolare (-11,8% a 3,2 euro) dopo che S&P ha minacciato un taglio della pagella: il mercato continua a temere che l’istituto veronese sarà costretto a chiedere mezzi freschi per ovviare ai problemi della controllata Italease.