Virzì: «In Italia ho fatto flop ma l’America mi celebra»

Il regista sorpreso per la retrospettiva al MoMa di New York: «Qui mi amano molto, certi film sono rimasti in sala sei mesi»

Michele Anselmi

da Roma

Lui è il primo a sorriderci sopra. Paolo Virzì, livornese doc, 42 anni, una casa di produzione detta «Motorino amaranto», è appena atterrato a New York, dove il MoMa, sì il prestigioso Museum of modern arts, da domani al 30 dicembre gli rende omaggio. Titolo, affettuoso ma leggermente ridicolo, della rassegna: «Paolo Virzì in Mid-Career». «Metà carriera? Veramente mi sembrava d'essere quasi all'inizio. Ho fatto sette film in tutto. Però, accidenti che bel regalo di Natale! Mi sto già dando delle arie. Tributi simili li fanno per gente come Bertolucci e Amelio». L'umore è buono, nonostante bruci ancora l'insuccesso di N (Io e Napoleone), l'ambizioso film che s'è fermato a un milione di euro, essendone costati sette.
Allora, Virzì: vivrà la celebrazione del MoMa come un balsamo profumato sulle ferite?
«Ho scoperto che gli americani mi vogliono bene. Sono andato a rileggermi le loro recensioni. Sono esaltanti, pompose, elogiative al limite della sopravvalutazione. Quasi arrossivo per una di Variety. Prenda Caterina va in città, è rimasto in sala a New York per quasi sei mesi. Incredibile, no? Tra l'altro, racconta affarucci di casa nostra, destra e sinistra, il potere della tv, la frustrazione di un piccolo intellettuale».
Si parte con Ferie d'agosto, vero?
«Che poi è il mio secondo film. La bella vita verrà proiettato dopo. Ma ci sono tutti, con l'eccezione di N. Il distributore americano preferisce non mostrarlo, in vista dell'uscita ad aprile. Pazienza. Mi piace questo pubblico newyorkese colto e smaliziato, da Lincoln Center. Sembra molto apprezzare i miei film, specie quelli legati all'Italia contemporanea».
Che farà a New York?
«Incontrerò pubblico e colleghi. Ma soprattutto mi pavoneggerò. Ho visto il manifesto della rassegna, mi ritrae in giacca e cravatta con le braccia aperte. La cosa sfiziosa è che gli italiani che vanno a New York per le vacanze di Natale, come nei film comici di Neri Parenti, dovranno fare i conti anche lì con la mia faccia».
Sta uscendo negli Usa The pursuit of happyness, il primo film americano di Gabriele Muccino. Invidioso?
«Effettivamente Will Smith non mi ha chiamato. Che le devo dire? Gabriele ama molto il cinema americano, si è buttato nell'impresa, non facile, con la giusta grinta. Io farei fatica, credo, a lavorare dentro una struttura produttiva così imponente. Difficile per noi italiani rinunciare a un certo spirito del racconto, all'autonomia di cui godiamo a casa nostra. Forse è anche per questo che Cristina Comencini, alla fine, ha respinto l'offerta di girare in America L'animale morente, dal romanzo, bello e alquanto morbosetto, di Philip Roth».
Ancora su N (Io e Napoleone). Si aspettava un rifiuto così totale da parte del pubblico?
«Francamente no. Credo di aver fatto un film originale, anche divertente, senza toni da satira grossolana. Diciamo che, artisticamente, mi sono tolto una soddisfazione: ricreare un mondo ottocentesco e insieme imprimere alla storia una sua forza romanzesca. Lo so, mi hanno bacchettato per quei riferimenti al “miracolo elbano”, per quel “mi consenta”. Ma erano battute innocenti. Del resto, N è una storia sul potere pensata negli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi. Inevitabile pensarci un po'».
Adesso si farà ispirare dall'Italia di Prodi?
«Be', non mi pare granché cambiata rispetto a quella di Berlusconi. Allo stesso tempo noi italiani siamo sempre in trasformazione».
Dicono che stia lavorando a una commedia tra cinema e costume sulle disavventure linguistiche di un docente di sceneggiatura al Centro sperimentale.
«C'è un'idea, in effetti. Ma sto ancora riflettendo. Ho nel cassetto altri due progetti. Di sicuro non sarà un film in costume».
Ha letto che cosa pensa di lei Mario Monicelli? Dice che fa buoni tentativi, ma che le manca «la cifra giusta».
«Non riuscirà a farmi litigare con lui. Mi piace, lo stimo, e poi ha visto com'è diventato bello a novant'anni? Quando girava L'armata Brancaleone era proprio bruttino, con quei baffetti, quella coppoletta da arbitro di calcio. Mario ha firmato capolavori e boiate, con la stessa nonchalance, direi con incoscienza e leggerezza. Adesso rilascia interviste un po' folli, umorali, ma resta sempre lui: un laico cinico e goliardico. Magari noi quarantenni avessimo il suo spiritaccio».