Virzì torna a Livorno: racconto l’amore materno

MISS Il clou dell’estate, l’elezione della più bella del bagno Pancaldi, è l’inizio di un «amarcord»

RomaSi chiama La prima cosa bella, come la canzone dei Ricchi e Poveri. Ricordate? «La prima cosa bella / che ho avuto dalla vita / è il tuo sorriso giovane / sei tu». Non a caso il film che Paolo Virzì ha cominciato a girare lunedì nella sua Livorno parte proprio da quel 1971. Per l’esattezza l’agosto del ’71, con l’elezione di Miss Pancaldi, evento clou della stagione estiva, celebrato nello stabilimento balneare più noto.
Era dai tempi di Ovosodo, 1996, che Virzì non si cimentava con una storia livornese. In pochi mesi ha fatto il bis. Prima il documentario autoprodotto L’uomo che aveva picchiato la testa, dedicato al cantautore locale Bobo Rondelli; adesso questo film corale, scritto con Francesco Bruni e Francesco Piccolo, che si immerge nella città labronica, ricostruendo il rapporto tra una madre e i suoi due figli nel corso di quattro decenni. Un avvenimento in città, dove Virzì passa per «il cuore amaranto del cinema italiano». Inutile chiedere al 44enne regista dettagli sulla storia. «Sono alle prese con un film del quale non riesco bene a parlare, perché, forse più di altri, riguarda certe questioni della mia vita e della mia formazione. Sarà un film sull’amore materno», sorride evasivo. Aggiungendo, sornione, che sarà «allo stesso tempo un inno alla città e un’invettiva, qualcosa di viscerale che proverò a raccontare attraverso una storia familiare».
Cast affollato, con Stefania Sandrelli nel ruolo della mamma in questione, Anna Nigiotti in Michelucci, ai giorni nostri, mentre Micaela Ramazzotti, moglie nella vita del regista, sarà lei da giovane, all’epoca mitica di miss Pancaldi, e dopo, quando, rimasta sola e chiacchierata, dovrà tirar su i due figli, Bruno e Valeria, incarnati da attori diversi nel corso del tempo, fino a diventare Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi. Nel gruppo, in ruoli di contorno, Marco Messeri, Dario Ballantini e Paolo Ruffini. Alla voce costumi il premio Oscar Gabriella Pescucci, nativa di Rosignano: anche per lei un ritorno a casa.
Primo ciak all’ospedale di Livorno, «travestito» da anni Settanta, con decine di comparse in pigiama a far da cornice all’arrivo di una Ramazzotti turbata e non più bionda. Virzì girerà dappertutto in città, fino a luglio, contando su finanziamenti vari, anche se il grosso del budget è coperto da Medusa, che poi distribuirà. Naturalmente a Livorno tutti fanno il tifo per lui. Lui che, parafrasando Pavese, ripete che «un paese ci vuole... non fosse altro per il gusto di andarsene via». Se ne andò appena ventenne, nel 1984, per frequentare a Roma il Centro sperimentale, «sbattendo la porta e giurando che non ci avrei mai più messo piede». Alla fine, invece, sempre lì torna. «Livorno, per me, è come Napoli per Nino D’Angelo e Bologna per Pupi Avati», scherza. A Livorno s’è risposato a gennaio, a Livorno ambienta ora La prima cosa bella. Rivela nelle interviste: «Più che un film autobiografico è un film viscerale, che narra il mio legame con la città dalla quale cerco di scappare, senza riuscirci, da 25 anni. Una città capace di mettere insieme le cose che amo di più e quelle che detesto». Dunque, una Livorno fatta di «una sostanza misteriosa». «Fieramente plebea, ma anche gretta e chiusa, una città che ha paura del resto del mondo e allora lo disprezza chiudendosi nel suo guscio». Virzì teme una sorta di «scontro generazionale tra chi vuole perpetuare la città vivace e vitale e chi vorrebbe invece trasformarla in un condominio per pensionati».
Pare che il romano Valerio Mastandrea, arrivato in extremis per sostituire Kim Rossi Stuart, stia studiando con cura dizione per impadronirsi dell’accento livornese. All’inizio, per sfotterlo, gli davano del pisano...