Visa chiede credito alla Borsa americana

Goldman Sachs: altri 12 miliardi di svalutazioni per Citigroup

da Milano

Il ticker, ovvero la sigla borsistica, è stato già scelto: una «V» di buon auspicio, con quel richiamo alla vittoria, che a Wall Street servirà a identificare Visa, pronta a sbarcare sul mercato azionario Usa con un’offerta-monstre, del valore massimo di 18,8 miliardi di dollari. Un valore mai raggiunto nella storia del listino a stelle e strisce. L’operazione messa in cantiere dal colosso americano delle carte di credito è un atto di fiducia, forse un po’ temerario, nei confronti della Borsa, da mesi preda delle tensioni generate da un virus dei mutui subprime ben lontano dall’essere debellato. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, infatti, Citigroup potrebbe essere costretta a iscrivere a bilancio altri 12 miliardi di svalutazioni, mentre qualche segnale positivo sembra giungere da Ambac, il gruppo di assicurazione dei bond in gravi difficoltà, vicino a un’intesa con un pool di banche per una ricapitalizzazione da tre miliardi.
Visa, tuttavia, spera di bissare il successo ottenuto dai rivali di Mastercard, il cui titolo, dal lancio della mini-Ipo da 2,4 miliardi nel maggio 2006, è praticamente quadruplicato senza dunque risentire né della crisi del credito, né dei venti di recessione che soffiano sull’America. Certo, lo sforzo finanziario richiesto da Visa ai potenziali azionisti è ben superiore: l’offerta, nel prospetto presentato alla Sec (l’omologa della nostra Consob), è di 406 milioni di azioni, vale a dire poco più della metà del capitale della società, finora custodito dalle banche di San Francisco. Il prezzo si collocherà tra i 37 e i 42 dollari. Nel caso la domanda non venisse pienamente soddisfatta, Visa si è già dichiarata pronta a rendere disponibili altri 40,6 milioni di azioni. In questo caso, ipotizzando una valutazione del titolo nella parte alta della forchetta, l’incasso si aggirerebbe sui 19 miliardi, un valore ben superiore ai 10,6 miliardi raccolti nel 2000 da At&t, finora la cifra più alta rastrellata a Wall Street per mezzo di un collocamento. Il record assoluto, con poco meno di 22 miliardi, appartiene dal 2006 alla cinese Industrial & Commercial Bank of China.
I tempi dello sbarco a Wall Street non sono ancora stati definiti dal vertice di Visa, ma gli analisti sono convinti che l’Ipo vedrà il via entro poco tempo. «Considerando l’ampiezza della nostra rete, la forza del nostro marchio e la varietà della nostra offerta di servizi - si legge nel prospetto - riteniamo di essere la principale società del mondo nei pagamenti elettronici».
Oltre a giungere in un momento congiunturale (e borsistico) delicato, l’iniziativa della società di San Francisco cade in un periodo in cui il settore delle carte di credito non gode di buona salute. A fine 2007, il debito accumulato dagli americani con l’utilizzo delle credit card aveva raggiunto l’astronomica cifra di 944 miliardi. Nel frattempo, gli acquisti sono calati e le insolvenze aumentate. Alcuni osservatori hanno infatti individuato nelle banche emittenti carte di credito le prossime vittime della crisi. Per Visa, tuttavia, la situazione appare più confortante: così come Mastercard, la società guadagna grazie alle transazioni e non sull’entità degli acquisti, non presta denaro e non concede dilazioni nei pagamenti. La conferma, del resto, è contenuta nei dati di bilancio: il gruppo californiano ha chiuso il quarto trimestre 2007 con utili raddoppiati a quota 424 milioni (più 79% i ricavi a 1,49 miliardi), mentre la società di Purchase (nello Stato di New York) ha moltiplicato per sette il risultato netto (a 304,2 milioni), battendo ancora una volta le stime degli analisti da quando è trattata in Borsa.