"Da Visco solo accuse inventate, chiedeva notizie sulle inchieste"

Continua la bufera su Visco. Il generale Speciale rivela al "Giornale": "Mi chiama per avere i segreti
delle inchieste, voleva la situazione processuale di un
manager a lui vicino". Speciale smonta altre accuse del
viceministro, attaccato anche da <a href="/a.pic1?ID=208005" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Moggi: &quot;Su di me ha
detto bugie, mostri le prove&quot;</font></strong></a>. <a href="/a.pic1?ID=207793" target="_blank"><strong>Il Polo: &quot;Dimissioni, i verbali parlano chiaro: ha mentito&quot;</strong></a><br />

La voce di Roberto Speciale si fa più sorda di sempre. «Stavolta si è passata la misura. Sono davvero indignato». Perché va bene la rimozione dopo essersi opposto ai misteriosi trasferimenti della Gdf di Milano chiesti da Visco nel luglio del 2006. Con quell’intenso «tiro al piattello» patito al Senato nei burrascosi interventi della maggioranza. «Dove il piattello - interrompe -, sia chiaro, sono diventato io». Va bene pure che telefonate di fuoco e continue pressioni per azzerare la gerarchia vengano lette dalla Procura di Roma come non illecite seppur illegittime. Ma ribaltare ruoli e realtà, accusarlo di passare indiscrezioni su indagini in corso, come ha fatto Visco, «è falso». A sostegno Speciale circostanzia un episodio che misura l’esatto contrario: era Visco a chiedere notizie su delicate indagini in corso.
È un’accusa grave, generale, come la dimostra?
«Con episodi precisi e numerosi testimoni. Come sempre. A differenza di Visco che utilizza la fantasia. Il vice ministro sa bene che magari qualche volta gli ho usato solo la cortesia di anticipargli qualche notizia che avrebbe comunque letto l’indomani sui giornali».
Quando le avrebbe chiesto invece notizie su indagini?
«Al telefono era arrabbiatissimo, me lo ricordo ancora. Dunque era la sera del 16 giugno 2006. Molti ufficiali erano con me a Villa Spada per la tradizionale cena di chiusura del corso superiore di polizia tributaria. All’improvviso tra i commensali si diffonde la notizia dell’arresto di Vittorio Emanuele. Squilla il telefonino. Visco era furente: “Lei non mi ha detto nulla”».
Ma cosa c’entra il vice ministro con l’arresto di Vittorio Emanuele?
«Visco voleva avere immediati ragguagli, delucidazioni sulla posizione processuale di Giorgio Tino, direttore generale dei Monopoli, indagato nell’inchiesta di John Henry Woodcock. Tino è o era un manager da lui tenuto in alta considerazione...».
Cosa rispose?
«Cercai di tranquillizarlo e gli dissi che non ne sapevo nulla. Innanzitutto perché non ero tenuto a sapere qualcosa. Era la polizia di Stato a svolgere le indagini e fossero anche state le mie Fiamme gialle forse a Visco sfugge che il comandante generale non può e non deve conoscere contenuto o dettagli delle investigazioni. E poi le pare rituale che il ministro chieda dello stato di un’inchiesta a un comandante di un Corpo per ragguagli, informazioni, magari coperte dal segreto? Io al massimo, tramite personale del mio ufficio, lo ripeto, gli ho fatto al massimo qualche anteprima stampa».
Forse Visco voleva solo conoscere qualche indiscrezione di stampa in più...
«E le chiede a me? Chieda ai giornalisti no? Qualcuno immagino lo conosca...».
Visco l’accusa anche di esser stato molto legato a Luciano Moggi, chiedeva biglietti per le partite, utilizzava il suo aereo... Una situazione imbarazzante.
«Anche questa è una balla malriuscita per trovare una giustificazione a quei trasferimenti. Primo: sono interista e non juventino. Solo i tifosi possono capire quanto mi infastidisca passare per bianconero. Secondo: mai chiesto biglietti per andare allo stadio. Per il semplice fatto che non vado in tribuna da quando ero ragazzo. Basta?».
E i passaggi in aereo?
«Se sono costretto a smentire baggianate simili... Mai salite le scalette dell’aereo di Moggi».
Altra accusa: festa faraonica del Corpo a Napoli, tre giorni di spese pazze...
«Anche qui Visco finge o è smemorato».
Cioè?
«Non ricorda, ad esempio, che a metà giugno, qualche settimana prima della festa andai a trovarlo in ufficio dicendogli: “Noi abbiamo organizzato a Napoli, ma se a lei non va, non ci crea nessun problema e la facciamo al Comando generale”. Lui disse di andare avanti nell’organizzazione. Ma, dico, come fa a inventarsi certe cose?».
È la sua parola contro quella del vice ministro.
«Non esattamente. Prenda l’episodio di Villa Spada. Potrei indicare decine di testimoni. Prenda le accuse di scarso rendimento nella lotta fiscale da parte della Gdf della Lombardia. I dati in possesso della Procura di Roma lo smentiscono clamorosamente. Prenda la storia del foglietto che mi fece vedere e sul quale erano indicati i nomi dei quattro ufficiali da trasferire. Si difende mentendo, dice che non c’è mai stato quando anche il mio ex comandante in Seconda, Italo Pappa, l’aveva visto in altro incontro. Prenda i testimoni da lui indicati come fonti delle confidenze sull’allarmante ed equivoca situazione milanese. Uno è morto, l’altro, D’Andrea, l’ha addirittura smentito. Devo continuare?».
No grazie.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it