Visco, il vampiro dei ds che ha studiato a Berkeley senza imparare le tasse

Sforzando le gote anemiche, Vincenzo Visco ha gonfiato la bolla di sapone dei coniugi Prodi spiati. La vicenda è finita nel nulla. A noi è rimasto Visco.
Il viceministro ds è il Nosferatu d'Italia, un famelico che si aggira tra i Palazzi. Ogni volta che sbuca, impressionano il viso bianco e gli occhi cerchiati di blu cianuro. Segno dell'insaziabile bisogno di succhiare sangue fiscale dai contribuenti.
Da un quarto di secolo, il vampiro pugliese è all'origine di tutte le nostre imposte. Si è battuto per patrimoniali, tasse sui Bot, Irap, Ici, Ires, Irpef, la moltiplicazione dei contributi, l'invasione dell'Iva, il rigoglio dei bolli. Esaurito il salasso dei vivi, svena ora i morti reintroducendo l'imposta di successione. È uno fatto così. La sua vita, le sue passioni, i suoi amori, coincidono con le tasse. Quando, tra il 1996 e il 2001, fu ministro delle Finanze, l'Italia, già malmessa, retrocesse dal 28° al 32° posto nella graduatoria delle libertà economiche. Se il governo dura e Dracula potrà esprimere il suo potenziale, anziché lavorare per lo Stato da gennaio a luglio, arriveremo a autunno inoltrato.
Visco è come Prodi: mente. A ridosso delle elezioni disse: «Bisogna avere una faccia tosta micidiale - e Tremonti ce l'ha - per dire che il centrosinistra vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani». Poi, una volta al governo, ha aumentato le aliquote Irpef, abbassato gli scaglioni, tolto le quote esenti, cancellato le deduzioni introdotte da Tremonti. Così tre quarti della manovra finanziaria sono nuove tasse: 27 miliardi su 35. Nella stessa intervista, annunciando che avrebbe ritassato l'eredità, precisò: «Solo sui ricchi». «Che intende per ricchi?», gli fu chiesto. «Dai cinque milioni in su», spergiurò. Dopodiché, prima ha annunciato che avrebbe colpito a partire da 350mila euro, poi, bontà sua, ha alzato il limite a un milione, che è sempre cinque volte meno del promesso.
Conclusione: la Finanziaria è da canna del gas. Lo stesso governo prevede che il Pil 2007 scenderà dall'1,6 all'1,3; i consumi sfioriranno dall'1,6 all'1,2; la domanda interna dall'1,7 all'1,1. In cambio, metterà le vele l'inflazione. Come dire che pizzicagnoli, avvocati e idraulici, si rifaranno su di noi delle tasse che Visco gli ha appioppato, raddoppiando mortadelle, parcelle e sifoni.
Vi chiederete perché nella filippica ho chiamato in causa il viceministro dell'Economia, Visco, e mai il suo capo, l'ineffabile ministro, Tommy Padoa-Schioppa. Primo, perché è di Nosferatu che questo articolo si occupa e dunque prevale. Poi, perché Schioppa è solo una comparsa di lusso e conta zero. È Visco che ha in mano tutto, compresa la Guardia di finanza. Primo viceministro a comandare l'armata del Fisco che era stata sempre, fino adesso, agli ordini del titolare del ministero.
Sulle Fiamme gialle, che dovrebbero avere una loro autonomia, Dracula ha già calcato il tallone. Tre mesi fa, ha provato a cacciare da Milano gli ufficiali che avevano intercettato l'anno scorso le telefonate tra il capo ds, Fassino, e quello di Unipol, Consorte, sulle scalate bancarie. Un tentativo - si disse - di affievolire l'indagine, fallito solo perché il vampiro è stato sorpreso col topo tra gli incisivi.
Visco non è nuovo a compiacere il partito dall'alto delle poltrone che occupa, se sono vere le illazioni che furono fatte sul seguente episodio. Quando era ministro negli ultimi anni del secolo scorso, scoppiò la faccenda della Philip Morris. Il direttore generale del Monopoli, Ernesto Del Gizzo, denunciò che la multinazionale del tabacco favoriva da anni il contrabbando di sigarette con un'evasione fiscale di 60 mila miliardi di lire. Visco, anziché intervenire, chiedeva continue prove del reato, rifiutando però quelle che riceveva. Il tira e molla durò cinque anni finché ci mise gli occhi la magistratura, mentre Dracula continuava a sonnecchiare. Si seppe poi che la Philip Morris era tra i finanziatori di una fondazione di Max D'Alema. La stampa mise malignamente in relazione le due cose.
In contrasto con la sua natura quaresimalista, Nosferatu ha una certa insensibilità verso il reato. Si è visto con la vicenda dell'abuso edilizio a Pantelleria. Lustri fa, i coniugi Visco acquistarono nell'isola un dammuso, sorta di casolare mediterraneo del tutto invivibile senza ampi restauri. Così, anche l'onesto fiscomane fece il furbetto e trasformò una cisterna e un ripostiglio in due stanze confortevoli senza il permesso del comune. Il municipio lo denunciò. L'onesto cercò di approfittare del condono edilizio varato nel '94 dal Berlusconi I, in piena contraddizione con se stesso. Infatti, aveva bollato il provvedimento come tipica mascalzonata del senzadio di Arcore.
Fece dunque la domanda alla chetichella, ma l'amministrazione pantesca gli rispose picche e le carte passarono al pretore di Pantelleria. Il magistrato condannò Visco e madame a 20 giorni di arresto a testa e 25 milioni di multa. Sentenza confermata dalla Corte d'appello di Palermo, con la riduzione però della gattabuia a dieci giorni, e resa definitiva dalla Cassazione nel 2001. Pena carceraria sospesa e obbligo di distruggere il manufatto. La casa è sempre lì, nei pressi di un sentiero sorvegliato dalla Guardia di finanza che dirotta chiunque voglia scendere alle terme sottostanti. Il malcapitato è costretto a un giro quattro volte più lungo. Nell'agosto di quest'anno si è notato attorno al dammuso viscano altro cemento, come se la costruzione fosse ripresa.
Indulgente verso di sé, Visco è inflessibile con tutti noi. Il suo ideale è abolire il contante per farci passare dalle banche dove ogni operazione sarà computerizzata. I dati affluiranno poi al supercervellone del Fisco e nulla di noi resterà ignoto.
Di fatto, è così già oggi. Qualsiasi impiegatuccio dell'Erario, come è successo coi Prodi, il Cav e Moana Pozzi, può impicciarsi dei fatti nostri, raccontarli a chi gli pare, venderli pronta cassa. In attesa di fare sparire la libera moneta, Nosferatu punta sulla delazione. Una sua cara idea. Da ministro, negli anni '90, aveva attivato il 117, linea diretta col Fisco per le denunce contro il podologo che non rilascia ricevute. Ora ha emanato la circolare 32. L'Agenzia delle Entrate ci manderà dei formulari coi quali dovremo accusare chi si è fatto pagare in nero. In caso di rifiuto, 2000 euro di multa. È un'evoluzione: il 117 era una libera spiata, la 32 una spiata obbligatoria. Siamo già il Paese dei pentiti, diventeremo un popolo di canaglie.
Questo nemico del genere umano è nato 64 anni fa a Foggia. Vive a Roma da decenni. La sua passione fiscale nacque sui banchi della facoltà di Legge e si laureò in Scienza delle finanze. Andò poi all'estero, prima nell'ateneo di York in Inghilterra, poi in quello di Berkeley, negli Usa, per perfezionarsi nei grafici tributari. Ne assimilò diversi. L'unico che non ha mai capito è la «curva di Laffer». Se tassi troppo, dice questa saggia curva, l'Erario ci rimette. Perché il mercato rincarato dalle imposte si ferma e perché la gente si ribella e evade. Questa lacuna culturale è il tallone d'Achille del viceministro. Tassa come un dannato e il contribuente fugge.
Al ritorno in patria, il berkeleyano ebbe la cattedra di Economia a Pisa. Un giorno del 1983 si vide un omettino entrare alla Camera. Fumava il sigaro sbuffando come una ciminiera, con effetto Ddt sulle signore che cascavano semisvenute nei divani. Indossava un vestito liso, coi pantaloni sopra il malleolo come un pescatore di rane. Colpirono le palpebre abbassate e il parlare incerto del timido.
Fu notato anche il sorriso laterale, quasi un rictus. Era Visco, diventato deputato. Eletto coi voti comunisti, era però indipendente di sinistra. Passava per socialista, ma anticraxiano. Fu subito infilato nella Commissione Finanze che non lasciò più. Si segnalò presto per la fedeltà al ministro delle Finanze di allora, il repubblicano Bruno Visentini. Costui era un acceso tassatore. Introdusse la ricevuta fiscale, che Visco sostenne appassionatamente.
Ma mentre Visentini, gran signore scettico, lo faceva per vendere i registratori di cassa prodotti dalla Olivetti di cui era presidente, Visco lo faceva gratis et amore dei. Tra i due nacque un rapporto squilibrato. Visentini era paternalista, l'altro adorante. «Io sono Robinson Crusoe, Visco è Venerdì», sorrideva Visentini. Venerdì, come ognuno sa, era il domestico selvaggio di Robinson. Nel solco del maestro, Visco si fece solida fama di orco fiscale.
Fu così che, quando divenne ministro la prima volta, Tremonti disse con felice invenzione letteraria: «Dare le Finanze a Visco è come dare l'Avis a Dracula». Da allora, gli si è incistato l'azzeccato soprannome. Prima aveva quello triste di Ayatollah. Da quel momento, è scoppiato l'odio di Visco per Tremonti, professore anche lui, ma più ricco, spiritoso, colto. «Tra loro, c'è una biblioteca di differenza», dicono. Tremonti, inoltre, la «curva di Laffer» l'ha capita benissimo, come si è visto dalle abbondanti entrare fiscali 2006.
Nel 1989, Visco fece un curioso passo falso. Presentò un provvedimento a nome del Pci che, per una volta, prevedeva sgravi fiscali. Era per fare un piacere all'Enimont di Raul Gardini. Dopo l'esperienza drammatica che ne seguì, Dracula giurò che non avrebbe mai più fatto sgravi. Di lì a poco infatti, Carlo Sama, cognato di Gardini, confessò: «Per ricompensarlo del favore, il Pci ebbe un miliardo». Totò Di Pietro, che da Pm indagava sulla faccenda, convocò Visco in procura. Dracula cercò di giustificarsi, sproloquiando in fiscalese.
Totò gli ingiunse: «Non parli come un parlamentare, non si capisce niente». Visco si impaurì e la sua erre moscia divenne moscia del tutto: «Non pavlo come un pavlamentave, ma come un pvofessove univevsitavio». «Ma valà», disse Di Pietro e lo scacciò. Ova tubano insieme nel govevno.