Le visioni nomadi firmate Wenders

Lucio Filipponio

«I luoghi hanno memoria. Ricordano tutto. Il ricordo è inciso nella pietra. È più profondo delle acque più profonde. È come sabbia delle dune, che si sposta di continuo» scrive Wim Wenders in Places, «Luoghi», il poema pensato per introdurre «Immagini dal pianeta Terra», la sua ultima personale in mostra presso le Scuderie del Quirinale, da oggi al 27 agosto, che presenta l’altra faccia di Wenders, quella del fotografo. Un totale di 61 foto a colori, scelte tra gli scatti realizzati in venti anni di spostamenti. Una suggestiva carrellata di immagini per raccontare un viaggio attraverso molti luoghi, «alcuni dei quali stanno scomparendo o sono già scomparsi, il cui ricordo dovrà aggrapparsi alle immagini che abbiamo», dice Wenders, «mentre altri luoghi sopravvivranno anche dopo di noi». Città, strade, paesaggi, qualche interno, raramente persone. Non racconti di storie, ma frammenti, istantanee raffinate. Scatti quasi sempre realizzati da una prospettiva frontale, neutra, puramente descrittiva, senza angoli, né movimento. Spesso con una macchina panoramica, per catturare il respiro del paesaggio, sia esso urbano o naturale, consegnarlo alla contemplazione.
Outback australiano, Midwest americano, strade polverose, orizzonti di montagne, lounge di motel, drive-in, stazioni di benzina deserte, depositi di autobus, binari che scompaiono nel nulla, negozi abbandonati, cinema in disuso, monasteri giapponesi, foreste di bambù, strade di Berlino e Gerusalemme o della Habana Vieja e infine Ground Zero. Visioni personali del pianeta Terra di un «fotografo di paesaggi», come si autodefinisce Wenders, perché «i paesaggi hanno storie da raccontare e sono molto di più che semplici luoghi. In un film i luoghi devono necessariamente giocare un ruolo secondario rispetto alla storia e ai personaggi. Nelle fotografie posso dar loro il ruolo centrale». Fotografia, dunque, come un mezzo d’ascolto dei luoghi, potendone ipoteticamente anche registrare una storia. Gli scatti rinviano, inoltre, alla necessità di osservare il mondo con lo sguardo di chi è consapevole del fatto che quel «vedere» potrebbe essere l’ultimo atto di una vita. La stessa allusione al pianeta Terra è un omaggio alla forza della natura che è più possente di ogni presenza umana, perché «la memoria principale è la superficie del pianeta, non noi o le memorie dei nostri computer» dice il cineasta tedesco. Ma per Wenders è importante rivolgere al mondo, più che un’occhiata d’addio, uno «sguardo d’amore». Paradossalmente, sebbene si sia trovato di fronte al sinistro spettacolo offerto dalle macerie delle «Twin Towers» di New York, la luminosità e la serenità apparente dell’atmosfera che circondava quanti erano lì impegnati per la demolizione gli è sembrata, simbolicamente, rievocare il pensiero di Martin Luther King, nel sottolineare come non sia certamente l’oscurità, bensì la luce, il mezzo ideale per riuscire ad allontanarsi dalle tenebre.
La mostra sarà accompagnata dalla rassegna cinematografica, presso la Terrazza delle Scuderie del Quirinale da oggi al 26 agosto, dal titolo «Wim Wenders e gli amici americani», tra film dello stesso regista tedesco e quelli a lui più cari.