Visita a casa di Bossi E il patto del crodino blinda la devoluzione

Il leader di An a Gemonio porta in dono una stampa. Pranzo con pane a salame. E la Lega assicura al vicepremier il via libera sulla legge antidroga

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Mancano cinque mesi alle elezioni, ma quello pronunciato a Milano da Gianfranco Fini sembra a tutti gli effetti il discorso che apre la campagna elettorale di An. Sia per la determinazione nel rivendicare l’attività del governo. Sia per la chiarezza nel lanciare la sfida per la leadership della Casa delle libertà: «Con la riforma proporzionale, ci sarà una leale competizione tra noi. Con Silvio e Pier Ferdinando abbiamo concordato di schierare un attacco a tre punte per fare più gol di quanti ne possa fare un solo cannoniere. Chi vincerà la classifica dei cannonieri lo decideranno gli elettori». Fuor di metafora calcistica: chi prende più voti guida la coalizione e, in caso di vittoria, il governo.
L’ipotesi di «Grande coalizione» alla tedesca al vicepremier non piace: «Credo nel bipolarismo, non capisco chi nella Cdl tifa per il pareggio. E poi, se la grande coalizione serve ad alzare le tasse e ridurre gli assegni di disoccupazione come in Germania, è meglio non averla».
Al migliaio di dirigenti e militanti di An accorsi da tutta la Lombardia, il leader dice subito che non accetterà altre turbolenze interne: «Serve una reale e sostanziale unità, la gente non ci capisce quando degenera la dialettica delle correnti e diventiamo come i partiti che contestavamo da ragazzi».
Poi, in un’ora e mezzo di discorso, Fini ripercorre la legislatura e chiede un moto di orgoglio: «Abbiamo la coscienza a posto, l’impegno con gli elettori è stato mantenuto. La nuova Italia abbiamo iniziato a costruirla». Passa in rassegna l’attività del governo, a partire dalla riforma costituzionale, «che non è solo la devoluzione, ma anche la fine di uno dei peggiori vizi italiani, il difetto nazionale più detestabile, il salto sul carro del vincitore. Mai più la vergogna del ribaltone e del trasformismo», grida tra gli applausi.
Ma il risultato che più sta a cuore al ministro degli Esteri è «il prestigio dell’Italia nel contesto internazionale. Non c’è più l’Italietta che prende un impegno e poi non lo rispetta». Segue l’affondo nelle «divaricazioni profonde nel centrosinistra sull’Irak, in cui Fassino prova ad arrampicarsi sugli specchi, ma prevale la logica della sinistra radicale, basata sul “tutti a casa”, sul rifiuto delle responsabilità». Critiche a sindacati e «magistrati politicizzati». A Prodi, il presidente di An riserva duri attacchi («È la parte bonacciona della sinistra», «una minestra riscaldata», «patetico quando parla dell’Ue», «all’Iri faceva gli interessi delle grandi imprese, non dei lavoratori», «guida un’armata brancaleone», «si scrive Prodi ma si legge restaurazione») e una parodia da bolognese a bolognese. «Lui non si sbilancia su niente, si limita solo a dire che “la situazione è seria, il momento è difficile, serve determinazione”». E mentre lo dice inspira come il Professore e ne imita la cadenza emiliana.
In politica economica «abbiamo una situazione migliore di Francia e Germania», «la riforma del mercato del lavoro ha prodotto un aumento degli occupati», «la riforma previdenziale è stata fatta con gradualità e senza macelleria sociale, sono contento che Berlusconi abbia detto che sull’età pensionabile c’è stato un fraintendimento», «la riforma dell’istruzione ha legato la scuola al mondo del lavoro».
L’unica debolezza del governo, per ammissione di Fini, è stata sull’impoverimento degli italiani con il passaggio all’euro: «Avremmo dovuto allargare il periodo di circolazione delle merci con il doppio prezzo e vigilare di più sulle speculazioni in certe filiere commerciali. Abbiamo sottovalutato il problema».
Ma la legislatura non è ancora finita: Fini garantisce l’approvazione giovedì della riforma del Tfr e poi - anche con la fiducia - delle norme antidroga che egli stesso ha promosso «per sancire che non c’è la libertà di drogarsi», auspica l’estensione del bonus sui figli al 2006 («ma bisogna vedere se ci sono i margini finanziari»). E la riforma della par condicio? Risposta fredda: «Non è un totem o un tabù, ma nemmeno una priorità o un’urgenza».