«La vispa Teresa» catturata e scorretta dal prode Trilussa

Caro Granzotto, anni fa, rispondendo a un lettore, pubblicò La vispa Teresa nell’integrale versione riveduta e corrotta da non ricordo più chi: capolavoro accuratamente ritagliato e conservato a futura memoria ma, mannaggia alla donna delle pulizie (pardon, alla collaboratrice domestica), a mia insaputa finito tra la carta da macero. Prima di rivolgermi alla escort di turno o ai numerosi luminari iscritti nelle liste Pd (Poveri diavoli) o Idv (Italia dei volponi), preferisco chiederle se può nuovamente pubblicarla. Auspicando di non dovermi rivolgere a cotal concorrenza, ringrazio per il prezioso aiuto.
Vergiate (Va)

Ma sì, caro Bottinelli, ricreiamoci un po’, dopo l’indigestione di brendonate e marrazzate. Intanto sappia che La vispa Teresa fu composta nel 1858 da un insegnante, Luigi Sailer, che la dedicò a una bambina, probabilmente una Savoia, «incorreggibile, perché male avvezza». La versione originale, è nota: una volta acchiappata la farfalla, Teresa, commossa dall’invocazione del lepidottero («Deh, lasciami: anch’io/ son figlia di Dio!») «dischiuse le dita/ e quella fuggì». A questo punto, interviene Trilussa. Non le sto a riportare l’intero seguito, troppo lungo, ma gliene farò un sunto, certo che interesserà anche i lettori ignari «di cosa le avvenne/ quand’era ventenne». Le avvenne questo: «Un giorno di festa/ la vispa Teresa,/ uscendo di chiesa,/ si alzava la vesta/ per farsi vedere/ le calze chiffonne/ che a tutte le donne/ fa molto piacere». Passava di lì Armando, un pittore, che subito le chiese di fargli da modella: «“Verrete?” “Verrò./ Ma badi, però...”/ “Parola d’onore”/ rispose il pittore». Ma altro che parola d’onore: nello studio, il fattaccio. Armando le salta addosso, «ma a lui supplicando/ Teresa gridò:/ “Su, su, mi fa male/ la spina dorsale./ Mi lasci, che anch’io/ son figlia di Dio.../ Se ha qualche programma/ ne parli alla mamma». Be’, ovvio che «a tale minaccia/ Armando tremò,/ dischiuse le braccia.../ ma quella restò». Dovette trarne qualche soddisfazione se in seguito «per circa sei lustri/ fu cara a parecchi:/ fra giovani e vecchi,/ fra oscuri ed illustri,/ la vispa Teresa/ fu presa e ripresa./ Contenta e giuliva/ s’offriva e soffriva/ (la donna che s’offre,/ se apostrofa l’esse,/ ha tutto interesse/ a dire che soffre)». I guai cominciarono quando la nostra eroina fu sulla cinquantina. Teresa, ormai non più tanto vispa, aveva tirato i remi in barca e aperto uno spaccio di sali e tabacchi. Quand’ecco che «un giorno un cliente,/ chiedendo un toscano,/ le porse la mano/ ... così... casualmente:/ Teresa la prese,/ la strinse e gli chiese:/ “Mi vuole sposare?/ Farebbe un affare!”./ Ma lui di rimando/ rispose: “No, no!/ Vivendo, fumando,/ che male ti fo?”./ Confusa, pentita,/ Teresa arrossì,/ dischiuse le dita/ e quello fuggì». Condannata a restare zitella, a Teresa non restò che la consolazione di fiutar tabacco «e fiuta e rifiuta,/ tossisce e starnuta:/ il naso è una tromba/ che squilla e rimbomba/ e pare che l’eco/ si butti allo spreco.../ Tra un fiotto e un rimpianto,/ tra un soffio e un eccì,/ la vispa Teresa.../ Lasciamola lì». Fine.