Visti sospesi a tutti, l’ultimo dispetto dei Gheddafi

L’Affaire Gheddafì torna a colpire le relazioni, ormai tesissime, fra Svizzera e Libia. Solo che stavolta a farne le spese rischiano di essere tutti i turisti provenienti dai Paesi Schengen. Ultimo atto di questa bagarre diplomatica - iniziata nel luglio del 2008, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal, e sua moglie, furono fermati dalle autorità svizzere per una denuncia di maltrattamenti da parte di due domestici - è infatti la circolare del primo ministro libico, Al Bagdadi Ali Al Mahmoudi, con cui Tripoli ha sospeso la concessione di visti turistici a tutti i cittadini che provengono da Paesi dell’area Schengen. I turisti italiani che ogni anno si recano in Libia sono meno di 10 mila l’anno, «numero assai ridotto rispetto alla richiesta che esprime ormai da anni il nostro Paese, e questo è un peccato, ma purtroppo le politiche turistiche della Libia sono fortemente discontinue»: Roberto Corbella, presidente di Astoi, l’Associazione dei tour operator della Confindustria, commenta così la sospensione operata dalle autorità di Tripoli dei visti turistici ai Paesi provenienti dall’area Schengen, tra cui l’Italia.
La circolare, mandata all’Ufficio dell’Immigrazione Libico ieri mattina, non reca alcuna motivazione ufficiale, ma fonti diplomatiche e alcuni esponenti del settore turistico non faticano a trovare una connessione con l’ormai annosa crisi fra Svizzera e Libia. Il documento di ieri sembra infatti essere la diretta conseguenza della pubblicazione, da parte della Svizzera, di una «lista nera» di 188 personalità libiche - tra cui proprio il colonnello Gheddafi e molti membri della sua famiglia - cui è stato precluso l’ingresso nel Paese elvetico.
Secondo il quotidiano on line «Oea», vicino alla Fondazione Gheddafi, di cui è presidente Seif Gheddafi, figlio del colonnello, che cita un «responsabile libico di alto livello», la lista comprende anche responsabili del Congresso generale del Popolo (Parlamento), del governo e «responsabili economici e dirigenti militari e dei servizi di sicurezza». «Questa decisione - avverte però la fonte - recherà danno in primo luogo agli interessi della Svizzera», e «se non sarà annullata Tripoli risponderà con misure di dissuasione fondate sul principio di reciprocità», ha aggiunto ancora.
Detto, fatto. La «minaccia» infatti - unita ad una annosa questione che vede i cittadini libici lamentarsi per la difficoltà ad ottenere un visto Schengen, visto che per essere rilasciato richiede l’unanimità da parte di tutti i Paesi facenti parte dell’accordo - ha avuto un immediato seguito con la circolare di ieri.
Dallo scorso 12 dicembre 2008, anche la Svizzera ha il potere di bloccare la concessione dei visti, essendo entrata nell’area di Schengen. Berna ha dunque cancellato i controlli sistematici delle persone alle frontiere con Austria, Francia, Germania e Italia, acquistando però il diritto di veto sul rilascio di visti a cittadini esterni all’area.
Il gesto di ieri fa presagire un seguito non ancora ben definito anche per quanto riguarda i due uomini d’affari elvetici trattenuti in Libia dal luglio 2008 con l’accusa di aver violato le leggi libiche sull’immigrazione e sul commercio. Tripoli, d’altro canto, non è nuova ad accusare l’Ue di dare «solidarietà sistematica e programmatica» a Berna, limitando i visti Schengen ai cittadini libici, come si legge ancora sul quotidiano on line «Oea». Intanto, il ministero degli Esteri svizzero non conferma - ma non smentisce neanche - la notizia secondo cui Berna avrebbe vietato l’ingresso nel Paese a 188 personalità libiche, tra cui lo stesso colonnello Muammar Gheddafi.