Vita agra di una disonorata in una Calabria maschilista

Una sedia di legno, una vestaglia da casa indossata su un paio di pantaloni scuri, le mani sul volto impegnate ad accarezzare le gote come fossero angeli capaci di lenire qualsiasi dolore. E invece ciò che Saverio La Ruina (autore, regista e interprete) racconta in Dissonorata, struggente monologo vincitore di due Premi Ubu, è un dolore antico, pietrificato, ancestrale. Un dolore di donna che muove dall’utero del nostro Sud e da antichi rituali familiari ancora vivi. Scritta in dialetto calabrese e recitata con un’intensità mai incline al compiacimento o all’enfasi, questa pièce torna a Roma per poche repliche (al teatro India, alle ore 20, da questa sera), imponendosi come un evento da non perdere. Laddove «evento» sta proprio a indicare qualcosa di miracoloso che succede hic et nunc, che prende forma innanzi agli occhi degli spettatori. E qui prende forma la splendida figura di «na guagliona» che cammina per strada «cu a capa vasciata a cuntà i petri pi interra»; una donna senza onore. Qui prende forma, soprattutto, un dramma personale, semplice, sommesso, umanissimo, nel quale si insinuano però il preconcetto, l’ipocrisia, la crudeltà di un codice sociale maschile votato alla violenza più scabrosa. Rimasta incinta senza essere sposata, la protagonista non solo si ritrova sola ma rischia persino di essere bruciata viva dai parenti. Complici il ritmo cadenzato della lingua e l’avvolgente partitura musicale firmata da Gianfranco De Franco, la narrazione en travesti dell’attore calabrese intercetta temi e tensioni capaci, dunque, di impressionare. Come si trattasse di un mito, di una tragedia greca o - ancor meglio - di una storia spudoratamente attuale. Fino al 18. Info: 06/684000346.