Vita, amori e morte di un uomo che non c’è

Una monumentale opera di Giorgio Taborelli sull’enigmatico seduttore

Che cosa sarebbe la vita senza seduzione? Un deserto sentimentale. Forse è anche per questo che la figura di Don Giovanni non ha mai cessato di ispirare scrittori, artisti, musicisti. A partire dal 1630, allorché il Burlador de Sevilla venne pubblicato in una raccolta di commedie attribuite a Tirso de Molina, qualcosa come tremila opere si sono susseguite nel mettere in scena il seduttore per eccellenza. Giovane o vecchio, bello o solo interessante, sposato o no, padre di più figli o disperatamente sterile, homme à femmes o omosessuale che si ignora, cinico o ipocrita, nobile di nascita o arrampicatore sociale, Don Giovanni ha finito con l’incarnare molteplici volti e panni, quelli femminili compresi. In Don Juan 1973 Roger Vadim gli prestò il fascino e il corpo di Brigitte Bardot: il film era mediocre, ma lei, naturalmente, era bellissima...
Qualche anno fa Pierre Brunel ha raccolto in un Dictionnaire de Don Juan (Laffont editore) forte di mille pagine, 300 voci e 100 specialisti, il catalogo delle sue incarnazioni. Ci sono naturalmente i Don Juan canonici di Molière, Byron, Puškin, Shaw, Kierkegaard, Max Frisch, Strauss, Montherlant. Ma anche autori meno noti o meno importanti sono stati riuniti per l’occasione. Anne de Noailles per esempio, così come Suarès o Roger Vailland. Brunel ha trovato anche spazio per voci che ne tracciano la carriera in Paesi come la Boemia o la Scandinavia, e per altre che raccontano i suoi compagni di avventura e di sventura, amici e nemici, comparse e vittime. Il suo mito, inoltre, è stato associato a temi quali l’amore, il denaro, l’incostanza, il tradimento, il destino, la morte, la paternità, la vecchiaia. In breve, pressoché tutte le metamorfosi dongiovannesche sono in quel Dizionario rappresentate.
È anche alla luce di quanto sopra che Il giardino dei melograni (Ponte alle Grazie, pagg. 329, euro 15) di Giorgio Taborelli va salutato come un avvenimento editoriale. Primo di quattro volumi scaglionati nel tempo, è il romanzo vero di una storia inventata e raccontata in prima persona: la vita di Don Juan Tenorio y Rodriguez de Urtago, nato a Siviglia, rampollo dei re di Toledo, cavaliere di illustre lignaggio, ucciso dalla lama di luce proveniente dalla statua di un morto...
Quale sia il Don Giovanni di Taborelli lo si capisce fin dalla prima pagina, allorché il protagonista chiede al suo medico, astrologo e fisico di corte, di conoscere chi sarà l’erede di chi non ha però né figli conosciuti né fratelli o cugini: «Egli disse che il mio successore verrà alla luce nell’anno di Cristo 1725, non sa dove ma certo nell’acqua, forse durante una navigazione. Sarà un uomo bellissimo, assai bene disposto per le cose dell’amore, ma di condizione mediocre e non figlio del proprio padre, ma del trasporto amoroso. Sarà anch’egli coinvolto nelle trame del potere, ma come spia e con mediocre successo. Anch’egli subirà la prigione, ma in verità senza torture. Non sarà ricco, né temuto, e avvicinerà i potenti della terra solo per divertirli, essendo di condizione non nobile. Sarà dunque un ben modesto successore di Don Juan Tenorio duca di Almanera e, se il mondo dovrà aspettarlo per oltre un secolo, è segno che per tutto questo periodo le misure dell’uomo saranno di un poco ridotte rispetto al presente».
È Giacomo Casanova, dunque, l’erede ideale designato e riconosciuto e questa di Taborelli è una scelta esemplare: da un lato perché riconcilia gli elementi della seduzione con quelli dell’amore e del piacere, dall’altro perché coglie perfettamente il passaggio da un’epoca in cui la figura seicentesca del cavaliere ha ancora la sua impronta e la sua dignità, a quella in cui l’Ancien Régime, roso dal suo interno, accartocciato in riti senza più miti, indegno del ruolo così a lungo e così bene recitato, è ormai divenuto una caricatura che la Rivoluzione francese più che abbattere si limiterà a spazzar via. Casanova è un Don Giovanni senza la nobiltà e la tragicità che un secolo prima sarebbero stati ancora i suoi.
Ma l’autore di Il giardino dei melograni non si limita a stabilire una liaison fra un avventuriero mai esistito e un avventuriero in carne e ossa. Costruisce del primo una biografia verosimile che si fonda su dati, luoghi e personaggi storici, ma si nutre altresì di un’erudizione stupefacente e di una scrittura perfettamente in grado di restituire al secolo XVII quell’insieme di splendore e violenza, timore e gioia, pulsioni pagane e pratiche cattoliche che gli fu proprio.
L’instancabile andare verso Paesi e genti sconosciuti dà al peregrinare del suo eroe un duplice valore: da una parte il destino che si addice al suo rango e al suo ruolo e che lo porta a visitare anche antiche e nuove terre; dall’altra una infantile meraviglia per le cose del mondo, un desiderio di libertà, di conoscenza, una sete di incontri, esperienze, emozioni. Il connubio ideale Don Giovanni-Casanova permette a Taborelli di uscire dalla prigione filosofica in cui il primo è rimasto spesso imprigionato, quella che di volta in volta è stata definita misoginia, incapacità ad amare, aridità, empietà, disprezzo per l’altro sesso se non per il genere umano, e di dare al suo personaggio uno spessore: non maschera, o carattere, ma sangue e carne, ragione e sentimento, tormento ed estasi.
Rispetto all’anemica narrativa italiana contemporanea, la cattedrale in quattro volumi che Taborelli ha innalzato nei confronti di questa figura riconcilia con quello che dovrebbe essere il senso del romanzo: il lavoro ben fatto, l’ambizione e la fatica, il piacere e il dolore che provoca in chi lo fa, la gioia e la riflessione che provoca in chi lo legge. Si capisce che dietro al Giardino dei melograni c’è una vita, una passione e forse un’ossessione. E il racconto carnale di un mito reso alfine moderno, il mito di un uomo inquieto, laico e libero è uno di quei rari doni che ogni tanto ci sono concessi in un profluvio di inutile carta, piccole polemiche, inesistenti casi letterari, il capolavoro di un artista della parola alle prese con i misteri del vivere: l’amore, il dolore, la morte.