Una vita angosciosa ad aspettare che mio marito torni vivo dai cortei

La lettera di Francesca, moglie di un poliziotto / La sinistra e Santoro tifano sempre per i rivoltosi, nessuno difende mai gli agenti

di Francesca*

Egregio direttore, innanzitutto vorrei ringraziarla dei numerosi articoli che sto leggendo in questi giorni sulla guerriglia di Roma del 14 dicembre scorso, in quanto ritengo ritraggano le reali situazioni nelle quali si sono trovati la polizia e le altre forze dell’ordine alle prese con i disordini. Le garantisco che quegli articoli sono per me, per noi che stiamo dietro le quinte, incoraggianti e rappresentano realmente quello che la polizia ha vissuto in quelle poche ore.

Sono una semplice impiegata amministrativa e, in questi giorni mi sento di dire «purtroppo», moglie di un poliziotto che fa parte del Reparto Mobile della Polizia di Stato. Ho deciso timidamente di inviarle il mio pensiero dopo la puntata di giovedì scorso di Michele Santoro che ringrazio per avermi mostrato in dettaglio e con suo occhio «imparziale» le sequenze delle immagini dell’attacco alla polizia, ai carabinieri, alla Guardia di Finanza da parte di gruppi che rivendicano il diritto a manifestare liberamente per far valere le loro idee.

Mi sono chiesta, mentre ero seduta da sola davanti alla tv, in quanto mio marito era al lavoro, ma... non si parla mai di diritto alla vita e all’incolumità di chi rappresenta lo Stato? Con le lacrime agli occhi, davanti a quei filmati, ho ripensato a domenica pomeriggio, quando mio marito mi ha comunicato che c’era la possibilità di un invio anche di parte del loro reparto a Roma per una grossa manifestazione. Ho ripensato alle molte volte in cui lo saluto sulla porta di casa con il nodo in gola nella speranza che torni indenne, ma soprattutto vivo.

Quando ho guardato le prime foto relative alla guerriglia, la prima cosa che ho visto è lo sguardo di terrore, di paura e di impotenza negli occhi e nell’atteggiamento di quel finanziere che in tutti i modi ha cercato di difendere ciò che indossava, prima ancora di se stesso.

Già, perché le conseguenze di una possibile perdita di ciò che un poliziotto indossa, sia esso un casco, un paio di manette, un manganello, una pistola è ben più grave della perdita della vita. L’abbiamo visto a Genova. È più facile per lo Stato contenere l’ira di un gruppo di persone che perdono un amico, un collega, un marito, un figlio, che una massa di studenti pesantemente ferita per difesa personale o, come si è detto l’altra sera, per difendere la culla della democrazia, ovvero il Parlamento.

Anche giovedì sera non c’era nessuno a rappresentare i reparti che garantiscono l’ordine pubblico nel nostro Paese. Non c’era nessuno a spiegare dall’alto della «gradinata » del dottor Santoro la paura di un poliziotto che affronta cento studenti imbestialiti e irrispettosi della vita umana. Non si spiega mai, non scrive mai che nella vita di questi poliziotti c’è sempre una madre, una moglie e spesso dei figli che piangono in silenzio, soffrono ogni giorno per i pestaggi, verbali e fisici, di cui spesso vengono fatti oggetto.

Inoltre vorrei spiegare ai numerosi politici di destra e di sinistra che spesso si riempiono la bocca del sostegno alle forze dell’ordine che nessuno crede più in loro, a meno che non permettano l’utilizzo senza conseguenze dei mezzi che possono prevenire un massacro. Mi auguro che non servano altri nove anni per fare una valutazione politica su ciò che è accaduto, ma soprattutto spero che tutto quello che è avvenuto a Roma non venga utilizzato per restringere ancora una volta il campo di azione delle forze dell’ordine.
* moglie di un poliziotto