La vita avventurosa di Zaffaroni tosatore di vacche e superman

Un campione poco conosciuto ma capace di grandi imprese

Biagio Maglienti

Partenza, ore sette di sera. Il Monte Bianco è lì, in tutta la sua imponenza; anche girarci attorno ha un significato, non solo scalarlo, soprattutto se si tratta di ben 158 chilometri in salita per un totale di 8.500 metri di dislivello.
Certo, avete letto bene. Le cifre sono quelle, si tratta di una ultramaratona, anzi della Ultramaratona con la U maiuscola. Il «tour du mont blanc» è una delle ultramaratone più seguite in assoluto; o meglio, più praticate. Alla partenza alle sette di sera si sono schierate 2.500 persone: atleti provenienti da ogni parte del mondo, specialisti di queste discipline, ma anche solo amatori decisi, fermamente decisi, a mettersi alla prova. Non importa l'età, il terzo arrivato è stato Marco Olmo cinquantasettenne di belle speranze nato, vissuto e soprattutto, come direbbero, "allenato"(si) in provincia di Cuneo. Lui ha girato tutto il mondo, dal deserto alle montagne.
Ma alla partenza oltre a questo professionista e molti altri, c'era anche un atleta comune, uno dei tanti. Beh è difficile dire "uno dei tanti" di Marco Zaffaroni, detto "Zaffa". Già la sua professione è particolare: tosa vacche, ed è uno dei più bravi al mondo, lo chiamano da qualsiasi parte del globo.... perché, le vacche si tosano, devono essere belle per attrarre compratori o per essere presentate agli show televisivi o per pubblicità. Marco, quindi, è un tipo sui generis; non molto alto, pizzetto un po' satanico, codino e capelli raccolti. La sua voglia di fare sport è incredibile; è stato ironman, triathleta, orientirer, ciclista, sciatore alpinista e ora, probabilmente mentre state leggendo questo servizio, è a fare un ottomila o giù di lì.
A Chamonix è arrivato un po' appesantito, perché di queste gare ne ha fatte quest'estate una caterva. Mi ha guardato e detto: «c'ho il delirio tremens, non riesco a stare fermo», poi è partito assieme agli altri con la promessa che Icarus (la trasmissione televisiva che conduco e Sky manda in onda) lo avrebbe seguito quasi passo dopo passo. «Sì, va beh, ma guarda che se mi rompi non rispondo...») mi ha detto e poi via. Lo abbiamo ritrovato di notte prima di una salita da capogiro, dopo quaranta chilometri. Pila da minatore in testa, di quelle moderne, e racchette per darsi una mano.
Una mano, in verità avrebbe dovuto dargliela il Padreterno perché era solo a pochi chilometri (quaranta) dal via e se fosse andata bene sarebbe dovuto stare in giro tutta la notte. E bene, per sua fortuna, ma anche per la nostra, gli è andata; anzi benissimo è arrivato 102esimo. A Courmayeur, alla mattina presto del giorno dopo la partenza è arrivato fresco, si è fatto massaggiare, ha mangiato bevuto, detto delle stupidate e dopo soli... quaranta minuti di sosta ha ripreso a correre. Ma non era finita; c'era la parte più dura ancora da affrontare e mentre gli altri si apprestavano al terzo e ultimo welcome center, ovvero l'ultimo luogo di ristoro, lui risaliva la val Ferrè. Dura, anzi durissima, ma questa prova è fatta per veri uomini, per chi non si fa spaventare da numeri, metri, altitudini e soprattutto fatica. La si affronta con le gambe, l'allenamento e la testa. Quanti campioni abbiamo visto abbandonare, anche gente arrivata direttamente dal Nepal, dal Perù, dal Canada e dagli States. Ma lui niente; lui è andato dritto per la sua strada sino in fondo...
A dire il vero la sua testolina è apparsa solo alle tre del mattino, dopo trentadue ore continue di camminata. La prima cosa che ha detto è stata: «stanotte mi sono addormentato mentre correvo e sono finito in un fosse svegliandomi; mi capita sempre anche in bici...».
Vallo a capire; perché uno a quarantadue anni deve conciarsi così. La risposta però è facile: lo sport fa questo ed altro. Prima lo devi praticare, poi ti devi far coinvolgere sino in fondo e allora, solo allora, capirai il motivo che ti spinge in qualche modo a misurarti con te stesso e con il tuo modo di essere uomo, oltre che di fare sport.
Lo Zaffa c'è riuscito, ed era felice, felice come quando ha portato a termine il Triathlon Inferno, già solo il nome è un programma. Non proprio felici come lui i campioni che hanno desistito, quelli che, boccheggiando, si sono fermati, arresi, spolpati. Loro per una volta sono stati guardati dallo Zaffa come si guarda un bambino che chiede aiuto; dolcemente e con un po' il fare da superiore, superman. E così è: lo Zaffa è stato superman, quella volta, così come lo sarà altre ancora.