Una vita da avvocato impostore: "Senza laurea ho vinto 250 cause"

La confessione in un libro: due uffici, centinaia di clienti, ma niente titoli

Nell’armadio di Giuditta, la toga è appesa male. Non c’è stato tempo per curare i dettagli: lei è scappata dalla vita chiudendo un’anta scorrevole. Veloce, perché solo così è possibile. Decisa, perché chi ci pensa non ci riesce. Ha perso. Ha vinto: «Questa è un’autodenuncia. Non sono mai stato avvocato. Non sono neanche laureata». La coscienza non ha un codice, non ha articoli da seguire e commi da ricordare. Giuditta s’è tolta la toga e l’ha appoggiata così come veniva. Ha tirato la maniglia per non vedere il riflesso del disonore. Tanto le bugie non hanno bisogno di cassetti, vivono sparse per tornare sempre nel cervello. Rimbombano. Ignominia. Onta. Vergogna. C’è lo sguardo di un parente o di un amico.

LA FELICITÀ VERGOGNOSA
C’è sempre, quello: inquisitore anche se sorride, severo anche se fa il comprensivo: chi mente ha paura sempre di chi gli vuole bene. Giuditta ha mentito per 15 anni. Ha infilato ogni giorno le pratiche in una valigetta, s’è vestita con il tailleur, ha aperto studi, trovato clienti, studiato casi, chiesto onorari. Tutto vero nel mondo del falso. Perché l’avvocato Giuditta Russo non era avvocato. Non ce l’aveva fatta con gli esami, non aveva mai dato la tesi, non aveva mai stretto la mano al professore. Cendodieci e lode. Ci avevano creduto tutti: mamma, papà, nonni, fidanzato, amici. Giuditta era brava. Giuditta era una di quelle con la vita precisa, quelle che tu-sei-troppo-brava. Una che non avrebbe sbagliato. Una che poi l’ha fatto. Per paura. Perché si preparava perfettamente per tutti gli esami, ma poi non aveva il coraggio di affrontare i professori. Non si presentava. Una, due, tre, dieci volte. Però come dirlo a mamma? E papà? «Inventavo. Trenta e lode, trenta. Ventinove». Brava, la studentessa Giuditta che il giorno della presunta laurea incontrò un collega dello studio nel quale faceva la pratica legale e riuscì a intortarlo per bene: «Alla grande. Centodieci e lode. Come faceva ad andare diversamente?»
I colleghi avrebbero potuto scoprirla. Era facile: chiedere i suoi documenti, vedere il suo certificato di laurea. Lei non aveva falsificato i documenti: semplicemente era brava. Da praticante sapeva tutto, perché per gli esami aveva comunque studiato davvero. Allora nessuno immaginava. Nessuno pensava potesse essere possibile. Nessuno. Nessuno. Giuditta era quella che non delude. Così l’avvocato che l’aveva presa da praticante non si lamentò, quando lei mollo lo studio. La sedicente dottoressa Russo aveva deciso. Avrebbe avuto due studi: Pompei e Mirandola. «Mi volevano tutti bene». La prima causa l’aveva vinta per sbaglio. Per un errore dell’avvocato rivale. Chissenefrega, però. Vittoria: «Ero brava. Anzi ero eccellente. Dieci anni di onorata carriera». Imbrogliona, Giuditta. La saliva che scende in gola per la tensione, quando la mamma gli chiedeva del certificato di laurea. Allora sempre più cinica. Con la toga precisa, linda e stirata. Con il codice civile studiato a memoria. Con i precedenti appuntati, con l’arringa svelta, feroce, aggressiva.

E UN GIORNO SARÀ IMPUTATA
Una dopo l’altra: gli avversari sbriciolati con la forza di chi deve dimostrare di essere il migliore. L’Avvocato Russo forse lo è stata: 250 processi vinti. Cioè tutti. Fino all’ultimo: «L'ho perso di proposito per non essere scoperta. Ma ai miei clienti ho detto di averlo vinto, ottenendo per loro un risarcimento di 60mila euro. Pur di trovare quei soldi, mi sono inventata una serie di falsi investimenti che ho proposto a degli amici e alla fine, per pagare tutti, ho escogitato addirittura delle aste immobiliari inesistenti in cui ho coinvolto altre persone. È stato in quel momento che ho capito di essere giunta al capolinea e di non volere più mentire. Ho scritto una lettera aperta in cui chiedo scusa a tutti. Non volevo nuocere a nessuno e, d'altronde, non mi sono arricchita. Ero immersa in un vortice di bugie e adesso voglio pagare per ciò che ho fatto. Prima di ricominciare a vivere».

S’è rimessa il tailleur, ha risistemato le pratiche nella valigetta. Non è andata in tribunale. Ha virato verso la procura di Torre Annunziata: «Queste sono le mie carte, questa è la mia storia. Ho mentito». La vita è ricominciata quel giorno, quando è tornata e ha appoggiato la toga nell’armadio. Poi ha cominciato a scrivere. Confessioni di un avvocato senza laurea (Cairo Editore). È la sua storia: è il manifesto di chi vive una doppia vita. Lei falso avvocato, poi i falsi medici, i falsi commercialisti. Tutti gli impostori, incapaci di ammettere una sconfitta e allora pronti a inventarsi una vittoria di cartone. «Il momento più brutto è stato confessarlo ai miei genitori e agli altri familiari». Ne ha vissuti altri, dice ora che s’è rifatta una vita lontana da Napoli, da Pompei e da Mirandola. Scrive ancora. Aspetta di sapere che cosa deciderà il tribunale sulla sua autodenuncia. Andrà a processo. Avrà bisogno di un avvocato.