Vita breve e veloce di un artista visionario e pop

È stato il più visivo dei pittori italiani del dopoguerra e forse anche il più visionario. Sosteneva di non avere antenati, non gli piaceva andare per mostre e per musei, diffidava della parola scritta, non disprezzava la vita mondana, ma in realtà stava veramente bene solo a casa sua. Anche per questo aveva preso in affitto un grande appartamento, che era già stato sede di un’ambasciata sudamericana, e se ne stava lì, fra divani di velluto rosso e tappeti cinesi, un video acceso in ogni stanza. Più che una casa «la proiezione di una mente in forma di dimora», come ebbe a dire Alberto Moravia.
Se n’è andato dieci anni fa Mario Schifano, aveva superato di poco i sessant’anni, era stato, artisticamente parlando, un uomo dalle molte vite: il pittore pop della Roma degli anni Sessanta e della New York della Sidney Jasnis Gallery, l’artista tecnologico dei Settanta, le immagini televisive fotografate e riportate su tela emulsionata, i grandi quadri equestri degli Ottanta con la riscoperta del colore...
Nel decennale della scomparsa, un film e un libro lo ricordano (rispettivamente, Mario Schifano tutto, di Luca Ronchi e Mario Schifano approssimativamente, con testi, fra gli altri, di Bonito Oliva, Abbate, Levi, Moravia, Beatrice, entrambi editi da Feltrinelli), una mostra alla Galleria in Arco di Torino (fino al 15 marzo) ne celebra gli Anni Ottanta con una ventina di tele fra le più importanti del periodo, e si annuncia infine a giugno la grande antologica alla Gnam di Roma.
Dietro quella che Goffredo Parise definì «un’andatura da puma», c’era un goloso della vita che però si annoiava con grande facilità. Anche l’esperienza della droga, dolorosissima, si inscrive in questo rapporto onnivoro quanto allucinato: quattro volte in galera, una al manicomio nel decennio fra i Sessanta e i Settanta: «Io non ho una posizione ideologica in materia, non sento il dramma sociale della droga. Ho pagato abbastanza, troppo. Prendevano le mie pipe, i miei narghilè, come se fossero stati mitra, mentre gli uomini con i mitra reali sparavano indisturbati altrove».
La sua prima mostra fu nel 1959, quando aveva venticinque anni. Da allora, fu un crescendo, il primo a portare nella pittura il linguaggio dei media, il primo a vivere l’arte con la spavalderia di una popstar: Mg bianca, poi rossa, poi verde, un complesso musicale che porta il suo nome, Le stelle di Mario Schifano, film sperimentali. Pur non essendo romano di origine, pochi sono stati come lui romani nell’anima.
Nel 1985, questo dandy che lavorava ventiquattr’ore al giorno era pieno di donne, aveva portato via Marianne Faithfull a Mick Jagger e Anita Pallenberg a Keith Richards, divenne padre e scoprì la natura, si riappropriò del mondo dell’infanzia, mise fine al nomadismo. Venne allo scoperto una pittura colorata e lucente, gigantesca nelle dimensioni e nelle ambizioni, la serie Divulgare 1990, il ciclo Repert dedicato agli animali preistorici, la mostra itinerante «Musa ausiliaria».
Se n’è andato il 26 gennaio 1998, una crisi cardiaca, una corsa inutile al Santo Spirito di Roma, una fine veloce e improvvisa come la sua vita.