Una vita da bugiardi in bilico tra finzione e realtà

Tolentino si reinventa capitale delle falsità per una due giorni dedicata alla menzogna: nel Castello della Rancia pubblicitari, sociologi e giornalisti discutono dell’«altra faccia della verità» in occasione della Biennale dell’umorismo nell’arte

Eleonora Barbieri
La bugia è donna, le bugie hanno le gambe corte, chi tollera il mentire insegna a rubare. Luoghi comuni e proverbi, fantasie che da sempre stuzzicano l’immaginario su quel «vizio» tanto diffuso quanto insopportabile: la bugia. Una sorta di patologia, dicono gli esperti. Tanto che esistono persino cure psichiatriche contro l’abitudine di dire il falso. La storia del cinema è zeppa di esempi, dagli esiti più drammatici di Ragazze interrotte alla leggerezza scanzonata delle scene di Bugiardo e bugiardo sapientemente interpretate dalle mille smorfie di Jim Carrey: lui era l’avvocato Fletcher Reede, mentitore incallito al foro come in amore, costretto a ventiquattr’ore di smaccata sincerità da un innocente desiderio del figlioletto; e, immancabilmente, scoprirà che anche la verità paga. Ma, si sa, è molto meno affascinante.
E ora alla menzogna è dedicato un intero weekend in occasione dell’inaugurazione della 23ª edizione della «Biennale internazionale dell’umorismo nell’arte»: ieri e oggi il comune di Tolentino, nelle Marche, si è trasformato nel luogo dove discutere dell’«altra faccia della verità: bugie, bugiardi e sbugiardati». Incontri, spettacoli e tavole rotonde sullo sfondo del Castello della Rancia, protagonisti esperti di media, giornalisti, sociologi, attori e pubblicitari, come il direttore artistico della Biennale, Lorenzo Marini. Lui che, della pubblicità, ha fatto la sua professione - anche se aveva cominciato con una laurea in architettura e con la passione per i cartoon e il teatro sperimentale - fino alla fondazione della sua agenzia, la Lorenzo Marini & Associati. E la kermesse di Tolentino segue di solo due giorni il concorso, tenutosi a Champoluc, sulla «più grande bugia del secolo», organizzato dal quotidiano La Stampa.
Le frottole spopolano, a quanto pare. Doppiogiochisti come Lucignolo o ingenui come Pinocchio? Di bugiardi ce n’è per tutti i gusti. C’è chi lo fa per cattiveria, e chi invece ci si diletta proprio. Fatto sta che la maggior parte degli italiani mente per abitudine, quasi per vizio. Rimorsi? Neanche per idea. Da chi ammette di usare la bugia come scorciatoia per raggiungere i propri scopi, a chi inventa arzigogolate peripezie per mascherare scappatelle alla propria moglie. Tutti novelli burattini di legno che pur di raggiungere il Paese dei Balocchi sono disposti a inventarsi le peggior cose. Il luogo preferito per mentire risulta essere il posto di lavoro, mentre qualche scrupolo in più sorge con amici e conoscenti. I rimorsi poi si diradano quando le falsità vengono fatte bere ai familiari, per annullarsi del tutto quando si tratta del partner. «Se mi ama saprà perdonarmi».
Il popolo dei contaballe non si rende conto di mentire proprio a se stesso: la quasi totalità dei bugiardi, infatti, inventa falsità per cercare di soffocare la realtà, quando dolore e sofferenza sarebbero troppo pesanti da tollerare. Ecco allora che si scopre che quelle malignità spifferate sotto l’ombrellone molto spesso sono frutto della amarezza e dell’incapacità di accettarsi come si è. Così quel «vestito che sta veramente male addosso a lei» in realtà significa un ben più triste: «Su di me starebbe un orrore».
La bugia come una maschera delle nostre debolezze, un viatico per scappare da realtà che non riusciamo ad accettare o che ci provocano disagi e ansie. Meccanismi delicati che scattano in occasioni particolari, in cui i soggetti sono maggiormente vulnerabili. La fine di una storia d’amore, per esempio, attiva meccanismi tali da «metterci in guardia» dal pericolo di scontrarci con dolorose realtà o semplicemente per fuggire da se stessi. Un sorta di tentativo di riequilibrare la realtà, dunque.
Diverso è il caso delle bugie patologiche, con le quali modifichiamo non tanto la percezione di quello che proviamo, ma la realtà esterna. È il caso della mitomania, vera e propria malattia psichica che, per esempio, spinge le persone a sostenere di aver compiuto azioni che invece non hanno mai commesso. Insomma, finché alteriamo la verità rendendoci conto di farlo, siamo solo bugiardi, se invece siamo noi stessi a crederci, allora il problema può essere più preoccupante.
Anche se c’è chi non se ne fa il minimo cruccio: «Sono un gran bugiardo», dichiarava pacifico Federico Fellini in un film - dove dietro la macchina da presa non c’era lui, ma Damian Pettigrew -, rievocando le parole di un altro «mito», quelle di F for Fake (cioè «fingere») di Orson Welles. D’altronde la tecnologia, come al solito, permette progressi in tutti i campi: e all’uomo moderno, anche il più morigerato, i cellulari offrono occasioni davvero imperdibili, fra suonerie personalizzate, nascondi-chi-chiama e «il cliente non è al momento raggiungibile».
Mentire è, comunque, una vecchia abitudine. Non sempre negativa: basta ricordarsi dell’eroe di Rostand, l’amato - e amante disperato - Cirano di Bergerac che, finzione su finzione, muore fra le braccia della sua bella, confessandole - solo allora - la sua passione. Così estrema da non trovare verità nemmeno in un bacio, no, perché nemmeno in fin di vita lui glielo chiederà: qual è il suo ultimo desiderio? «Il mio pennacchio».
Che fa Cirano, mente?, ci prende in giro - il naso lungo forse influisce suo malgrado -. È lì, lungo quel confine sottile, che l’umorismo della finzione scivola nella sua tragicità, il disincanto di Don Chisciotte, «quel vecchio libro crudele» scriveva Nabokov, quel gioco di specchi, ambiguità e innocenza che infanga di continuo il «mondo reale», disillusione di chi vitupera la menzogna. Matrix, platonica caverna postmoderna, la bugia che salverà il mondo: «Tutti i cretesi sono bugiardi», si beffava Epimenide il cretese nel sesto secolo avanti Cristo.
E se i sofismi non servono solo a giocare con le parole, le bugie non servono solo a mentire o, più semplicemente, mentire è l’unico modo per essere davvero fedeli: ecco che Kafka, nella interpretazione perfetta di Max Brod, non è più Kafka, ci dice Milan Kundera. E lo scrittore ceco lo ribadisce, lo «argomenta», perché non si tratta di travisamento fine a se stesso, bensì di «Testamenti traditi», perché non c’è altro modo che tradirli per rispettarli, per renderli in qualche modo reali, per non «ubriacarsi» di quelle «verità perniciose» che l’umorismo nero di Cioran faceva arrivare rigorosamente «dopo mezzanotte». Menzogna non solo come alibi, quindi: persino Nietzsche, che tanto amava smascherare lo smascherabile, lo ricorda, a modo suo, in un incandescente libro postumo: «La verità è un esercito di metafore», come il pennacchio di Cirano.