Una vita in carcere da innocente Vuole 12 milioni di risarcimento

Taranto, l’incredibile vicenda di Domenico Morrone: in galera 15 anni con l’accusa di duplice omicidio, nonostante un alibi confermato. La sua è la richiesta di indennizzo più alta della storia

da Milano

Lo arrestarono mezz’ora dopo il delitto. C’erano due corpi sull’asfalto, due ragazzi, e la polizia cercava un colpevole a tutti i costi. Così gli misero le manette. A Taranto. A casa sua. Il 30 gennaio 1991. Lo liberarono soltanto dopo quindici anni, due mesi e ventidue giorni di carcere. Un tempo lunghissimo, lo spazio in cui è maturato il più grave errore giudiziario della storia d’Italia. Ora Domenico Morrone, libero ma disilluso, presenta il conto allo Stato: mercoledì inizierà la causa per il risarcimento. Morrone chiede 12 milioni di euro, una cifra record.
«Avevo 26 anni quando mi fermarono, non avevo fatto niente ed ero incensurato, ma nel giro di undici mesi mi ritrovai condannato. La mia vita si è spezzata: mi sono ammalato e quando sono uscito non ho più trovato un lavoro. Ho 43 anni, ma faccio fatica a ricominciare; due fratelli sono morti mentre ero in carcere e non mi hanno dato nemmeno il permesso per andare a trovarli l’ultima volta. Ora spero che finalmente mi trattino in modo dignitoso». La storia di Morrone è difficile da raccontare. Troppo dolore. Troppe umiliazioni. Troppa superficialità, per non dire peggio. La madre di una delle vittime indirizzò subito i sospetti su di lui; c’era stato un alterco fra Morrone e uno dei due giovani e su quell’indizio, labilissimo, fu costruita l’inchiesta e poi fu cucita, come un vestito su misura, la condanna. «Quella mattina ero dai miei vicini per riparare un acquario. Quei poveretti, solo per aver raccontato la verità, sono stati condannati per falsa testimonianza. E con loro mia mamma che ora è morta ma ha fatto in tempo a rivedermi libero».
Rancore e rimpianti. E una battaglia durissima per raddrizzare quell’errore, cancellare quella pagina di vergogna nazionale, ristabilire la verità con una sentenza di revisione. «Prima - spiega l’avvocato Claudio Defilippi - i testimoni della difesa sono stati incriminati per aver detto come erano andate le cose, poi sono state ignorate anche le testimonianze dei pentiti. Sì, perché dal ’96 alcuni pentiti avevano svelato la trama di quel duplice omicidio: i due giovani erano stati ammazzati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Questa era la verità e la verità poteva essere raggiunta con dieci anni d’anticipo. Invece quelle dichiarazioni non furono prese in considerazione».
Insomma, l’impianto costruito dall’accusa, fragilissimo, era stato puntellato con le parole di tre testimoni oculari, molto presunti, che poi avevano ritrattato, e pur fra scricchiolii continui è rimasto in piedi fino al 2006. «Per due volte - prosegue Defilippi - la Cassazione annullò la condanna ma la corte d’appello non ammise l’errore e alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva di 21 anni». Non solo: per aver duramente criticato i magistrati e gli agenti che avevano trascurato i verbali dei pentiti, Morrone è stato processato di nuovo ed è stato condannato questa volta per calunnia, ad 1 anno e 8 mesi. «Ora - riprende Defilippi - la Cassazione ha cancellato quest’altra condanna, ma intanto il processo è ancora pendente in corte d’appello».
Insomma, questa storia non è il frutto di circostanze opache, di dettagli scivolosissimi, di indagini scrupolose ma sfortunate. L’Errore è la somma di tanti errori che hanno portato alle sentenze di colpevolezza. Un po’ come era successo a Daniele Barillà, altra vittima della giustizia: anche nel suo caso i testimoni della difesa non erano stati creduti, e i pentiti, che raccontavano come lui non c’entrasse niente, erano stati dimenticati. Così Barillà era rimasto in cella sette anni e mezzo per traffico di droga. Qua i tempi dell’ingiustizia sono addirittura raddoppiati. E ora, comunque vada a finire il processo che si apre mercoledì, sarà difficilissimo rimediare. «Io vorrei ricominciare una nuova vita - conclude Morrone - ma non ho più le energie di una volta». Come Barillà che per ripartire ha traslocato all’estero. Ora vive in Spagna e non considera più l’Italia il suo Paese. «Perché - spiega - quando sei costretto ad andare in manette al funerale di tuo padre, tutto quello che succederà in seguito non potrà più ridarti quel che hai perduto per sempre».