La vita che nasce dalle cose da buttare

Con tutto quello che è successo in questi giorni e che continua a succedere - la cronaca nera è sovrabbondante, specie per quanto riguarda gli ammazzamenti in famiglia - la vicenda del neonato abbandonato in un cassonetto in provincia di Varese sarà molto probabilmente relegata fra le piccole storie ignobili che non meritanonemmeno due colonne su un giornale, per usare le parole di una famosa canzone di Francesco Guccini. Tanto più che grazie a un provvidenziale intervento il piccolo è stato salvato, e quindi c’è perfino l’happy end, ammesso che si possano definire happy un omicidio tentato e un abbandono riuscito.

Eppure la vicenda è non solo tragica, ma purtroppo esemplare di quel misto di disperazione e malvagità che porta unamammaa privarsi della sua creatura. Stefano - questo è il nome con cui le infermiere hanno chiamato il piccolo - è nato all’alba di ieri, e immediatamente la madre, o chi per lei, l’ha chiuso in un sacchetto di plastica e buttato in un cassonetto di quelli per gli abiti vecchi. È successo a Cassano Magnago, di fianco a un supermercato. Perché diciamo che è una storia tragicamente esemplare?

Perché per quanto si possa sapere sul Male di cui gli esseri umani sono capaci, nulla sembra superare - in cattiveria - il rifiuto della vita che si affaccia sulla scena del mondo; di più: il rifiuto della vita cui noi stessi abbiamo dato inizio. Per nove mesi la mamma di Stefano ha sentito in grembo quel suo figlio; ne ha avvertito i movimenti, ne ha percepito l’intima compagnia, ne ha immaginato le fattezze. L’ha perfino nutrito di sé.

Non so quanti ne siano al corrente, ma per un essere umano non esiste condizione più paradisiaca di quella che si vive nella pancia della mamma.Non c’è desiderio, in quel luogo, che non sia appagato; né un bisogno che resti insoddisfatto. Mai più, nella vita che verrà, si proverà un benessere più completo. La simbiosi è totale, tanto che anche dopo la nascita, per diverso tempo, l’universo mondo del bambino continua a essere la mamma, e la mamma soltanto. Il distacco, e la presa di contatto con il resto del mondo, avviene gradualmente, molto gradualmente. Eppure Stefano è finito insieme con gli abiti che non servono più; come se anche di lui non vi fosse bisogno.

Com’è possibile? La disperazione, si dirà; la miseria, la dura condizione - probabilmente - di una donna immigrata da una regione caucasica. Ma se non si poteva tenere quel figlio, perché non lasciarlo in ospedale? La legge consente anche alla madre di non riconoscere il figlio. Non lo sapeva, quella povera straniera? Ma allora perché non abbandonarlo davanti all’ingresso di un pronto soccorso, piuttosto che consegnarlo a una morte che senza un caso che ha del miracoloso sarebbe stata certa?

Sarebbe un errore relegare la piccola storia ignobile di Cassano Magnago tra le cronache della povera gente. Povera gente sono anche i due immigrati sudamericani che hanno scoperto il bimbo e l’hanno stretto tra le braccia come sempre fa unamammasubito dopo il parto: e in questa coincidenza tra storie di forestieri c’è qualcosa di commovente. Ma spesso anche noi non poveri e non disperati, non immigrati e non ignoranti della legge, siamo indotti a «risolvere il problema» della vita che arriva non accogliendola e nemmeno affidandola, ma eliminandola: sia quando essa è ancora in quella dimensione paradisiaca che è il ventre materno, sia al primo vagito. È la «soluzione» più semplice e più veloce, quella che nell’immediato dà meno grane. Ma anche quella che più di ogni altra ci condanna e che - se abbiamo un barlume di coscienza - non ci lascerà mai più in pace.