La vita ci appartiene Qui comincia il bello

<em>Mi mancano solo
le Hawaii è</em> il racconto semplice e divertito
di una storia unica:
quella di un ragazzo che
aveva sempre sognato
l’America e che, un giorno,
c’è andato davvero. Un libro che ci mostra che la fede &quot;tiene&quot; anche nella gioia

Non voglio fingermi imparziale con questo libro. L’ha scritto un mio amico. Quando l’ho visto mi sono detto: «ma allora qui scrivono proprio tutti», perché tutto mi aspettavoma non che Maurizio Maniscalco, per tutti noi Riro, scrivesse un libro. Invece l’ha scritto e, per quel che può valere il parere di un amico, è anche bello.

S’intitola Mi mancano solo le Hawaii, ha 175 pagine ed è edito dalla SEF, Società Editrice Fiorentina. È il racconto semplice e divertito di una storia unica: quella di un ragazzo che aveva sempre sognato l’America e che, un giorno, c’è andato davvero, scoprendo giorno per giorno la più limpida delle verità: che, cioè, realizzare un sogno è la cosa più bella che ci sia, ma solo se tutto questo acquista un senso. E che il senso non è un prodotto umano.

In altre parole: Riro aveva un desiderio, come tutti, e un bel giorno Dio lo ha esaudito, ossia ha pensato di rendere quel desiderio utile al proprio Disegno, moltiplicandone la forza, riempiendolo di senso e perciò di gusto. Questa è la felicità. L’arte è la profezia di questo: tracciare segni su un foglio di carta o su un muro può lasciare un segno anche nella storia degli uomini. Ma la vita è di più.

Il racconto di Riro è semplice: è un viaggio divertito, spesso esilarante di un italiano che aveva sempre sognato l’America dentro il cuore dell’America vera, che non è solo New York, ma una cosa immensa, a volte sorprendente, altre quasi insopportabile, ma sempre amabile e degna di rispetto. Il libro si colora di mille volti, percorsi, avventure e aneddoti, ma la cosa più bella è lo sguardo di Riro: ironico, allegro, semplice. Come lo conoscevo ai tempi dell’università.

Due brevi osservazioni. La prima. Riro è andato in America, dove oggi vive, seguendo una storia di fede. Non so se sia per questa similitudine biblica (c’è qualcosa di nomade in lui) o se sia perché il suo migliore amico, Jonathan, è ebreo, ma è un fatto che il suo humour si è colorato di una sorta di saggezza antica.

La seconda riflessione. A giudicare dalla maggior parte dei libri «cattolici», si direbbe che la coscienza della fede nasca soprattutto dalle esperienze dolorose. Mi mancano solo le Hawaii va in controtendenza, e anche in questo è antico, sapienziale più di quanto non possa sembrare. Non che non parli, anche, di dolore, ma la sua forza sta nella dimostrazione pratica che la fede «tiene» anche nella gioia, perché la gioia, il gusto e l’allegria hanno lo stesso contenuto del dolore: la coscienza che la vita non ci appartiene. E che qui comincia il bello.