La vita distrutta da una truffa Uccide la moglie e si spara

da Firenze

Ha studiato la strage della sua famiglia forse per giorni. Ha scritto a mano un testamento di due pagine per spiegare i perché di quel gesto. Un affare andato male, racconta in un testo che a volte perde il filo logico, soldi che qualcuno doveva dargli per alcune opere d’arte e che lui non ha mai avuto. Ma ad armare la mano di Riccardo Bettini, 61 anni, fotografo fiorentino, forse è stato solo il dolore per una vita diventata insopportabile: un fallimento sul lavoro, il dolore per la figlia Nuri, di appena dodici anni morta nell’aprile scorso dopo due anni passati a combattere una leucemia che non le ha lasciato scampo, la crisi con la moglie. E poi, qualche settimana fa, un altro lutto: un cugino rimasto vittima, insieme alla moglie e ai figli, di un disastroso incidente stradale sull’A11.
Ieri mattina alle 7, appena sveglio, Bettini, nella sua abitazione di Borgo San Jacopo, un piccolo appartamento ricavato da un’antica torre a due passi dal Ponte Vecchio, ha sparato contro la moglie, Anna Cangiulli, 46 anni, originaria di Taranto, contro il figlio Lapo di 16 anni - sopravvissuto per miracolo - e poi contro se stesso. Mentre sparava contro la donna, la pistola, una vecchia Browning calibro 7.65 della prima guerra mondiale, si è inceppata. Ma Bettini non si è fermato: per finire la moglie che continuava a urlare ha imbracciato una mannaia.
Lapo, risvegliato dagli spari, è accorso in salotto dove si è reso conto di quello che era accaduto: il padre ha prima sparato tre colpi contro di lui, poi si è messo la pistola in bocca e si è ucciso. È stato il ragazzo, studente in un istituto tecnico, a dare l’allarme al 118 nonostante le ferite all’addome e al braccio: «Mio padre ci ha sparato», ha detto al telefono.
Adesso il ragazzo, sottoposto a un intervento chirurgico, si trova ricoverato in rianimazione all’ospedale di Careggi.
Riccardo Bettini, raccontano adesso gli amici, da tempo raccontava in giro che voleva farla finita. Troppe battaglie da combattere. Su tutti i fronti: il dolore per la morte della figlia, il rapporto matrimoniale andato in frantumi da anni, e rimasto in piedi solo per l’inutile battaglia contro la malattia della figlia, e la vita da separato in casa con la moglie più giovane di lui di 15 anni.
Dopo aver lasciato il lavoro di fotografo, che gli aveva fruttato qualche pubblicazione su riviste di moda e ambiente, aveva aperto un ristorante etnico, che però era fallito dopo poco. Per questo le difficoltà economiche erano diventate un ostacolo insormontabile. E poi ci si erano messi anche gli strascichi di un intervento chirurgico, che gli procuravano fastidi.
La situazione precipitava. E la moglie da qualche tempo si era messa a lavorare come colf per tentare di sostenere la famiglia. L’ultimo affare andato male evidentemente ha segnato il punto di non ritorno. Nel testamento lasciato prima di morire l’uomo fa nome e cognome dell’uomo che lo avrebbe truffato: adesso gli uomini della squadra mobile, guidati da Filippo Ferri e coordinati dal sostituto procuratore Ettore Squillace Greco dovranno cercare di approfondire questo aspetto.