La vita del dottor Semmelweiss all’Arsenale

Il medico ungherese dell’Ottocento scoprì la causa della febbre da parto

Matteo Failla

Partire dalla tesi di laurea di Louis-Ferdinand Céline sulla figura del dottor Ignazio Filippo Semmelweiss (il medico ungherese che nel secolo scorso debellò l’infezione puerperale che allora mieteva vittime nelle sale parto) per compiere un lavoro di ricerca tra testi e biografie, al fine di ricostruire la figura di un uomo la cui importante scoperta, ai tempi, non fu riconosciuta; anzi, Semmelweiss fu oggetto di scherno da parte del mondo scientifico a tal punto da condurlo alla pazzia e alla morte.
È questo l’interessante percorso drammaturgico compiuto da Marina Spreafico, regista de La tragica storia del dottor Semmelweiss, in scena al Teatro Arsenale fino al 9 aprile con protagonisti Annig Raimondi, la stessa Marina Spreafico, Patrizio Belloli, Riccardo Magherini, Vladimir Todisco Grande e la partecipazione degli studenti del secondo anno della Scuola di Teatro Arsenale.
Come si costruisce una drammaturgia teatrale partendo dalla tesi di laurea di Céline?
«Sono solo partita dalla tesi di Céline – risponde Marina Spreafico -, poi ho costruito un testo assemblando differenti materiali. Mi sono ispirata ad alcune biografie, ad alcune lettere e documenti storici, da un libro scritto dallo stesso Semmelweiss dal titolo “Come lavora uno scienziato” e ovviamente da alcuni pezzi scritti da Céline: ne è uscito uno spettacolo composito, che prende spunto da differenti fonti».
Come si può trasporre un fatto così tragico in una drammaturgia venata da amara ironia?
«Mi sono sempre riferita alla struttura della tragedia classica. Da una parte c’è Semmelweiss, che personalmente mi sembra un eroe, e degli eroi condivide una fine tragica fatta di follia e suicidio. Dall’altra parte c’è il coro, che potremmo chiamare in questa caso “la folla”, una massa di persone che chiama questo medico, lo acclama, lo desidera, ma in realtà non lo riconosce immediatamente: è come se ci fosse una folla che non è ancora un coro, e un eroe che vive in un’epoca in cui drammaturgicamente non esiste ancora realmente questa figura. Il riso amaro, e le parti decisamente comiche dello spettacolo, sembrano quasi un assurdo: le parole che pronunciamo nello spettacolo sono tutte assolutamente autentiche, non c’è nulla di inventato, ma la realtà supera talmente tanto la fantasia che in alcuni momenti non si può fare a meno di ridere. È un riso a doppio taglio».
Il coro è stato introdotto quest’anno, nella passata stagione non appariva.
«L’anno scorso mi interessava ripercorre la vicenda di questo dottor Semmelweiss per farne conoscere la figura. Poi nel corso delle repliche ho notato l’assenza della folla, del coro che partecipa “dall’altra parte”, e così ho introdotto quel termine che mancava».
Céline si riconosceva in questo medico, che rapporto aveva con questa figura?
«Intanto erano entrambi medici e, secondo me, il fatto di esserlo voleva dire avere lo stesso guardo sulla realtà delle cose e soprattutto sulla morte; perché alla fine è questo il punto cruciale: vederci di fronte alla morte e cercare di salvarci da essa. Céline ha scritto presto questa tesi, ed una cosa lascia sconcertati: è come se Céline avesse intuito già da giovane che nel suo destino e in quello di Semmelweiss ci sarebbe stato un comune denominatore.