La vita è dura, non illudiamo i nostri figli

Due notizie che forse sono passate inosservate, ma che sono indicative di qualcosa che sta cambiando. La prima: quest’anno il voto medio alla maturità è stato molto più basso rispetto agli anni scorsi, 73 contro il 76 del 2006. La seconda: il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni sta pensando di reintrodurre gli esami di riparazione. La prima notizia si commenta da sé: è un giro di vite evidente, e pure i bocciati sono aumentati. La seconda novità, pur se ancora in fase di studio, non è meno significativa. Gli esami a settembre, per decenni e decenni, hanno rappresentato non solo una punizione per chi aveva studiato poco, ma anche l’obbligo di un’immediata riparazione. Si studiava mentre i compagni promossi si godevano le vacanze, era una tortura che induceva a rimboccarsi, in futuro, le maniche. Studiare d’estate, insomma, in qualche modo ci forgiava, se è consentito questo verbo un po’ obsoleto. Ieri un nostro lettore, Tommaso Trevisiol di Verona, mi ha scritto: «Montanelli raccontava che suo padre, preside del liceo in cui studiava, ogni anno lo faceva rimandare in tutte le materie, di modo che non ci fossero sospetti di favoritismo: e Indro, che di certo non era un somaro, passava tutte le estati sui libri. In tal modo è diventato Indro Montanelli. Nella scuola di oggi i ragazzi - specie se di famiglia agiata - sono svogliati, menefreghisti, strafottenti».
È che c’è un abisso, tra i tempi di Montanelli e quelli di oggi. Non passa giorno che non ci giunga notizia di genitori che aggrediscono i professori per un brutto voto, oppure che fanno ricorso al Tar per una bocciatura. Ma così li diseduchiamo, i figli.
Non è questione che riguardi solo la scuola. L’abolizione degli esami di settembre, così come la non accettazione di una bocciatura, è solo un aspetto di una rivoluzione del costume che potremmo sintetizzare così: ci siamo illusi di poter assicurare ai nostri figli una vita senza intoppi. Cominciamo con il parto indolore (anche quando non ce ne è bisogno) per proseguire con le inutili visite mensili dal pediatra (anche quando il bambino sta bene); e poi con la scuola senza esami (da quest’anno sono stati aboliti pure quelli di quinta elementare) e senza bocciature. È questa pretesa di una vita programmata come un percorso netto, che ci ha fregati. Il ricorso al Tar contro le bocciature rientra nella stessa logica delle denunce, sempre più numerose, che presentiamo contro i medici quando non riescono a guarire i nostri cari.
Al lettore Trevisiol ricordo un altro episodio della vita del bambino Montanelli. Nel 1915, quando aveva sei anni, il piccolo Indro era solito pranzare da uno zio che era un acceso anti-interventista, ma padre di giovanotti che avevano partecipato alle manifestazioni a favore del conflitto con l’Austria-Ungheria. Il giorno della dichiarazione di guerra, lo zio di Indro si sedette a tavola cupo come non mai, e nel silenzio generale fissò i suoi figli: «L’avete voluta questa guerra? E ora ve l’andate a fare. Tu, tu e tu», disse indicandoli uno dopo l’altro. I cugini di Indro corsero subito ad arruolarsi, e mi pare che due su tre non ritornarono. Ora, caro Trevisiol, non c’è più neanche il servizio militare.
Eppure, le due notizie di cui parlavamo all’inizio sono il segnale che qualcosa sta cambiando. Non importa che il ministro Fioroni sia di centrosinistra e quello che abolì gli esami a settembre, Francesco D’Onofrio, di centrodestra. Non è questione di parti politiche: la tentazione di cercare di eliminare ogni possibile ostacolo sulla strada dei nostri figli ha contagiato tutti, destra e sinistra, c’è entrata nell’anima, è diventata carne e sangue per tutti noi. È di questi giorni la polemica, su un giornale non sospettabile di essere di sinistra come Libero, lanciata da Cesare Lanza, che ha annunciato ricorso ai giudici contro la bocciatura di sua figlia alla maturità. Mi dispiace per la ragazza e per suo padre, ma non condivido. Anche mio figlio ha fatto la maturità e ha incontrato una commissione severa che ha dato voti bassi: ma il preside della sua scuola sapete cos’ha fatto? Ha chiamato i ragazzi e ha detto: mi dispiace ma dovete abituarvi a incontrare, nella vita, ogni genere di difficoltà, e persino qualche ingiustizia. Ha fatto benissimo, mi pare.
Ma sì: non è questione di parti politiche, però - possiamo dirlo? - è cominciato tutto nel mitico Sessantotto: la distruzione dell’autorità, della figura del professore e di quella del padre (chiamato «amico»...), il sei politico, gli esami di gruppo, la cultura dei tutti diritti e nessun dovere. Ora stanno venendo al pettine i nodi di quella stagione. Qualche anno fa ha stravenduto un libro che si intitolava I no che aiutano a crescere, provvidenziale antidoto alla pedagogia idiota lanciata da specialisti i quali teorizzavano che ai figli bisogna sempre dire di sì. È il fallimento di una cultura che ha voluto spazzare via secoli di tradizioni nell’illusione infantile di costruire il paradiso in terra.
(P.S. Ne approfitto per rispondere alle decine di lettori che mi hanno contestato il mio articolo sulla professoressa di Palermo che ha punito un ragazzo facendogli scrivere cento volte «Sono un deficiente». Ma come, mi hanno scritto, proprio lei che ha denunciato l’andazzo del «cocco che ha sempre ragione» si schiera contro la punizione? Ma no, ho scritto chiaramente che il ragazzo andava punito, però in altro modo: che so, con una sospensione o con il sette in condotta. Resto convinto che un adulto ha altri strumenti per punire un bambino di dodici anni che non quello di dargli del deficiente, e mi conforta sapere che la stessa professoressa ha ammesso che se tornasse indietro punirebbe in un modo diverso. Ma proprio perché credo che chi sbaglia debba riconoscere l’errore, anch’io ne riconosco uno: non riscriverei più le due righe in cui dicevo che il padre del ragazzo ha fatto bene a denunciare la prof. Quella mia frase, direbbe Montanelli, è una bischerata, e me ne scuso).
Michele Brambilla