Una vita fragile attraverso il Novecento

Claudia Hampton è una storica di professione, lontana da ogni accademismo. Guarda i grandi eventi che segnano i destini dei popoli come fossero incidenti del quotidiano, dolori privati, domestici imprevisti che stravolgono i giorni. Il piccolo e il grande si assomigliano, provocano reazioni, annientano, esaltano. Qualche volta salvano, qualche volta trascinano via. La vita del singolo e la vita del globo vanno insieme. E lei, negli ultimi giorni del suo personale percorso, vede la sua porzione di anni incastonata nel XX secolo. E racconta. Claudia è la protagonista di Incontro in Egitto di Penelope Lively (Guanda), romanzo vincitore del Booker Prize (pubblicato per la prima volta in Italia da De Agostini nel 1988 con il titolo Una spirale di cenere), che oscilla tra la prima e la terza persona, dando anche voce alternata ai pensieri di ogni personaggio, in un continuo entrare e uscire della protagonista dalla storia. La sua.
Claudia guarda gli altri ed è guardata. Sguardi diversi, perché diversi sono i rapporti e i sentimenti. Il legame incestuoso e intenso con il fratello Gordon, quello burrascoso con Jasper, il padre di sua figlia Lisa, così distante da lei. E ancora Sylvia, la moglie di Gordon, che Claudia considera sempre con una punta di disprezzo. E Laszlo, il ragazzo ungherese fuggito dalla sua terra per avere un futuro, accolto da Claudia con le sue speranze, la voglia di dipingere, di essere se stesso. La cornice sono gli anni Venti dell’infanzia, poi gli anni Quaranta della guerra, fino a chiudere sugli Ottanta. Decenni solo nominati che non fanno sentire il loro peso perché all’autrice interessa altro. Anche i luoghi sono solo citati, sfumati, non hanno importanza. Le pagine sono un frammentario collage di sentimenti, luoghi interiori, e i personaggi appaiono come «passaggi della memoria». Evocati dalla protagonista emergono dal buio, come attori su un palcoscenico, illuminati a turno dalla luce nuda di un riflettore che li rivela, a tratti. Frammenti di pensiero, ricordi, balzi in avanti e indietro nel tempo, il proprio tempo privato, la storia individuale che ha gli stessi meccanismi della storia del mondo. La memoria, la conoscenza, la distanza e la perdita sono temi ricorrenti nei romanzi di Penelope Lively (nata a Il Cairo nel 1933), figlia di genitori inglesi che decise di trasferirsi in Inghilterra nel ’45, dove ha insegnato la maggior parte dei suoi anni e dove è membro della Royal Society of Literature. Le pagine che scrive rivelano sempre la sua passione per la mitologia greca e i miti norvegesi, la storia, il giardinaggio e Charles Dickens, l’autore più amato da quando, a cinque anni, imparò a leggere da sola.
Quella incostante fatalità che le piace tanto e muove le vite, non manca mai, in tutti i suoi scritti: dai romanzi per ragazzi pubblicati in Italia da Salani, a La fotografia (Guanda), storia di un amore taciuto, narrato sempre con leggerezza e collaudata tecnica del navigare dal passato al presente e viceversa. Anche la mente di Claudia vaga così, fino a raggiungere l’incontro che dà il titolo al libro, il cuore della sua esistenza. «La maggior parte delle vite hanno un nucleo, un nocciolo, un centro vitale», e il nucleo per la signorina Hampton si chiama Tom Southern, amore profondo, disperso e ucciso, incontrato in Egitto nel tempo in cui lei si improvvisò corrispondente di guerra. La perdita, come l’imprevisto è sempre «in agguato, sbuca con un ghigno da dietro l’angolo».
Ma l’importante è resistere, anche se e si è al capolinea, anche se tua figlia non ti conosce e tu non conosci lei, anche se hai vissuto nel vento, sospesa e aggrappata al ricordo. L’importante è agire, non attendere, nemmeno la morte, perché «la storia è piena di persone che non vi prendono parte e si limitano ad aspettare».