La vita incasinata di un piccolo conte

Il suo casato risaliva a Carlo Magno Ma lui amava circondarsi di guitti, prostitute e travestiti, che rese celebri. Nato in provincia, fece fortuna trasferendosi a Parigi

Descrisse la vita più dall’ottica del bordello che da altri punti di vista. La sua opera è piena di gente di malaffare ma umanamente simpatica. Guitti, donnone allegramente perdute, protettori spavaldi. Ci sono la bionda «Golosa» scatenata in una danza con «Valentino il Disossato», la spavalda «Ragazza Formaggio» che se la fa segretamente con l’opulento Signor Dethomas, i ricchi viziosi e i circensi dalla triste esistenza.
Tale fu l’amore del Nostro per il sottobosco che andò a abitare nel più bel casino della metropoli, in una comoda suite e trascorreva la giornata nel salottino dove le prostitute sfilavano davanti ai clienti. Avanzavano, una dietro l’altra, con le gonne sollevate per mostrare le grazie e accalappiare il tordo di turno. Il Nostro era lì come semplice spettatore per incamerare mentalmente la scena, le moine delle donne, le reazioni degli uomini e tradurle poi nella sua opera. Naturalmente, cedeva anche lui alla tentazione e almeno una volta al giorno passava dal ruolo di spettatore a quello di cliente. A lui che era di casa, le ragazze (ma erano spesso matrone ultracinquantenni) riservavano un trattamento di favore col beneplacito sorridente della maîtresse. Lo sconto era poi ricompensato dal piacere di riconoscersi nelle descrizioni del loro inquilino che facevano il giro della città e che, col tempo, conquistarono il mondo.
Prima di approdare a Parigi a vent’anni, il conte - perché tale era il Nostro - aveva avuto un’esistenza provinciale. Primogenito di un illustre casato le cui origini risalivano a Carlo Magno, era nato e cresciuto a Albi. La città era austera. Cuore dell’eresia albigese del XIII secolo, era stata rasa al suolo dai cattolici e ricostruita nel segno dell’ortodossia. Infarcita di chiese gotiche, come la monumentale cattedrale di Santa Cecilia, irradiava un clima opprimente. Tanto più pesante per un ragazzo che aveva già problemi suoi. Il conte padre e la madre contessa era separati e in pessimi rapporti. Ma l’aspetto peggiore fu che i due avevano contratto matrimonio nonostante fossero cugini di primo grado. La consanguineità ebbe effetti devastanti sui figli. Il cadetto morì a tre anni per una malattia genetica e nel Nostro si manifestò già nell’adolescenza la picnodistosi, un morbo che alterava la crescita delle ossa. A questa infermità, si aggiunsero due rovinose cadute. Con la prima, a 13 anni, si ruppe il femore sinistro. L’anno dopo, con un altro capitombolo nel greto di un torrente in secca, si sfasciò il femore destro. Le due fratture aggiunte alla picnodistosi ne alterarono lo sviluppo. Le gambe cessarono di allungarsi mentre il busto cresceva normalmente.
A 20 anni, quando fuggì da Albi per sistemarsi definitivamente a Parigi, il Nostro aveva le due metà del corpo sproporzionate e un’altezza di 1,37. Agli inizi frequentò il bel mondo, ma il suo aspetto colpiva. Presto si sentì ferito dagli sguardi altezzosi e dai sussurri malevoli. Essendo spiritoso, era pronto a ironizzare su se stesso, ma non accettava di diventare lo zimbello di altri.
Fu così che preferì le compagnie poco rispettabili - circensi, mezzane, prostitute, travestiti - in mezzo alle quali si sentiva meno anormale. Con costoro bisbocciava ogni sera, frequentando cabaret, café chantant e, soprattutto, fin dal giorno della sua apertura, il «Moulin rouge». Si mescolava alle spogliarelliste del locale destinato a diventare celeberrimo e cercava, spesso con successo, di rimediare un’avventura per smaltire piacevolmente le sue tremende sbornie.
Ricco di famiglia, non aveva il problema di lavorare per mantenersi. Tutto ciò che faceva era per diletto. Divenne un formidabile collezionista di xilografie giapponesi. In esse, ammirava le inquadrature sorprendenti dei gruppi umani. Amava l’arte orientale più degli impressionisti, allora in gran voga, ma che insistevano troppo sui paesaggi. «Non esiste - diceva da fine intenditore - che la figura. Il paesaggio è nulla in sé. Dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura». Una regola che rispettò quando, a furia di osservare, divenne un grafico di prim’ordine. Richiestissimo, fu pregato anche dalla maîtresse del bordello di Rue des Moulins dove viveva (il più prestigioso di Parigi), di decorarlo coi suoi disegni. Lo fece, tra bicchieri di assenzio e fumate d’oppio. Finché, all’età di 37 anni, morì stroncato dai suoi eccessi.
Chi era?