«Vita mia», quando l’affetto troppo grande uccide

Dramma domestico per Emma Dante: la morte di un figlio super protetto

Viviana Persiani

«Anche in questo spettacolo, racconto molto di me, della mia vita e della mia terra, toccando un tema universale capace di coinvolgere l’animo del mondo intero». Emma Dante, invitata sulla scena del Crt-Salone da questa sera con Vita mia, con la sua compagnia Sud Costa Occidentale, compirà il miracolo trasportando la platea oltre la spettacolarizzazione.
In che senso si oltrepassa questa dimensione teatrale?
«Si tratta di un lavoro che rappresenta un omaggio alla vita di mio fratello Dario, una rappresentazione che non ha nulla di spettacolare. Infatti Vita mia è una sorta di veglia, un accadimento, una cerimonia che avviene attorno ad un ragazzino appena morto. Gli spettatori sono invitati a circondare un letto, posto al centro della scena».
Cosa è successo a questo ragazzo?
«Ha avuto un incidente in bicicletta, perdendo la vita. La messinscena è incentrata attorno alla madre, vittima della paura che possa succedere qualcosa ai tre figli, Gaspare, Uccio e Chicco. Proprio per questo i tre ragazzi sono sempre rinchiusi tra le mura domestiche, in pigiama, ad attendere lo scandire del tempo».
Perché in pigiama?
«Secondo la cultura siciliana, il pigiama è il simbolo della pigrizia, della disoccupazione, della nullafacenza, dell’indolenza, stato nel quale i tre sono quasi costretti dalla madre morbosa, impaurita del mondo esterno e non disposta a recidere il cordone ombelicale».
E l’incidente che provoca la morte di uno dei figli come si spiega?
«In sella alla bicicletta, il ragazzino urta in casa morendo. La madre, tuttavia, continua a vivere e a fare vivere idealmente questa sua terza “prosecuzione” che, senza la possibilità di riposare in pace, continua a girare per casa su questa bicicletta, senza sosta, senza tregua. Finché anche lei si convince dell’accaduto».
Qual è il messaggio che vuole comunicare al pubblico?
«Ho voluto affrontare il delicato tema della morte, non certo per fare versare lacrime di dolore. I pianti che scoppiano in platea a volte sono anche di gioia e bisogna comprendere che la morte non è un male: è un evento straordinario, naturale e come tale va affrontato con la consapevolezza e con la preparazione adeguati. Solo per noi occidentali la morte è ancora un tabù».
E il letto posto sulla scena?
«Quando finalmente la madre toglie il pigiama al piccolo vestendolo di bianco, come secondo tradizione sicula, il morticino viene depositato su questo letto “conzato di lutto”, un talamo siciliano, quelli con le testiere di ferro battuto, ricoperti dai copriletto della nonna. Ecco che il ragazzino conquista la libertà della quale non è mai riuscito a godere nemmeno da vivo e il corpo nel quale restava imprigionato viene così abbandonato e l’anima si sospende nell’aria prima di strapparsi dalla fisicità».