Una vita da nababbo immolata al Corano

«Polvere di Allah» di Luca Doninelli è un romanzo sul tema dell’integralismo religioso. E sulle scelte, radicali, fatte in suo nome

Nel dialogo «definitivo» che si apre al centro della Polvere di Allah (Garzanti, pagg. 125, 12 euro), romanzo a tema - sebbene il tema sia poi avvolto in una narrazione che tiene dell’enigma non meno che dell’emblema - Luca Doninelli espone una tesi cristallina: l’integralismo religioso è l’inclinazione «fuori tempo massimo» a obbedire a una filosofia della Storia, cioè alla convinzione che la Storia non sia il discorso di un ubriaco, ma lo svolgimento prestabilito di un progetto, di un piano disegnato da Dio. Gli integralisti cadrebbero vittima di quella pericolosa forma di ottimismo che spinge a credere che le sconfitte siano fasi, che la marginalità sia una condizione temporanea e che il martirio (o il suicidio del fanatico: dipende dal punto di vista) non sia una soluzione tranchant al problema del proprio destino ultraterreno, una scorciatoia per il paradiso, ma una fatale necessità che al pari di tutto non è che un «momento» di Allah. «Allah esiste, non noi, non il mare o le navi che lo attraversano. Solo Dio esiste».
Mohammed, il ricchissimo giovane saudita che abbandona lo sfarzo di un’esistenza da nababbo (jet privato per volare dal Plaza di New York ai casinò egiziani e poi ancora sul cielo di Parigi) si arruola nelle milizie afghane nella guerra contro i sovietici e finisce ucciso con un colpo alla testa, non è l’esito di un’adesione ragionata ad una tradizione religiosa rimasta latente, addormentata dal profluvio di petrodollari, ma il frutto di una cause célèbre, un’allucinazione da stilita che lentamente prende possesso di tutta la persona.
Durante una passeggiata ad Oxford Street, a Londra, Mohammed scorge in una libreria la foto di una torre nel deserto. «La torre era così piccola che sembrava un secchiello rovesciato, come quelli dei bambini al mare. Adesso l’immagine è tutta dentro il mio sogno. Lavoro a quel sogno tutti i giorni. Sogno di alzarmi all’alba e di poter guardare le ombre che corrono sulla sabbia come milioni di scarabei, e il freddo che si trasforma in caldo. Sogno i miei piedi nudi sugli scalini consumati. E sono povero».
La conversione e poi la scomparsa di Mohammed, naturalmente, lasciano tutti di stucco; a partire dal suo amico più stretto, Naghib. Diventato un accreditato giornalista, Naghib a distanza di diciassette anni da quella morte tragica non vuole risolverne il mistero facendo ricorso alle spiegazioni occidentali: le quali sono per l’appunto spiegazioni del fenomeno, non sue comprensioni. Dietro al montare del radicalismo religioso gli occidentali vedranno forse una reazione all’aggressività economica degli Stati Uniti o al loro imperialismo culturale. Ma sono spiegazioni che scambiano gli uomini per biglie da biliardo, le quali acquistano solo la quantità di moto ceduta da un’altra biglia.
In realtà, Mohammed si è convertito perché è stato persuaso dal messaggio del Corano, così come Agostino lo fu da quello del Vangelo. Una persuasione facilitata dal nichilismo occidentale, visto da Naghib non sotto la cifra illuminista dell’affrancamento, ma sotto quella, privativa, della mancanza: «L’Occidente è quella massa di esseri umani che non crede più in niente».
A questo punto al teorema di Naghib, che da arabo raffinato e sottile sa come tenere sotto scacco l’interlocutore, non si potrà che opporre una soluzione problematica.
Se l’Occidente non crede in nulla, e se credere troppo ciecamente in qualcosa genera mostri, sarà inevitabile allestire una genealogia della morale in cui una storia senza la maiuscola, cioè quel «fatto» che Nietzsche riteneva essere più simile ad un vitello che ad un dio, invece di sgomberare il Pantheon lo fondi: «I cristiani furono costretti a fare nella pratica quello che Tucidide aveva fatto nello splendore della sua prosa: mettere insieme i pezzettini del tempo. E poi leggervi dentro, finché alcuni di questi pezzettini cominciarono a raccontare la vera storia di Gesù. In questo modo i cristiani capirono che quelle donne, che l’avevano visto dopo morto, non potevano essere pazze».