Una vita passata a cercare sacrari

Nove anni sono tanti. E diventano una missione quando li passi a setacciare la Penisola cercando lapidi. Quelle dei caduti della Repubblica Sociale Italiana. Quelle violate, quelle infilate in un angolo di cimitero, quelle tenute nascoste fino all'ultimo, quelle graffiate da elenchi dolorosi che vorresti vedere finire. Macché, un cognome via l'altro, un sacrario dopo l'altro per quant'è lunga l'Italia. Nove anni tutti, per Enny Bice Satta e il suo «I Sacrari dell'Onore» (dizioni BM, 663 pagine, 35 euro). Lo inizia nel 1996 e lo pubblica nel 2005. Lo inizia «con la speranza che i giovani possano finalmente capire il perché delle celebrazioni nei Sacrari e cimiteri o semplicemente davanti ad una croce, in onore dei caduti della Rsi». Lo inizia perché quei nomi non si perdano in decine di bollettini, perché non siano solo elenchi da scorrere, ma uomini da ricordare, perché la visione d'insieme ne racconti vita e morte negli stessi valori.
«L'avevo promesso a mio marito, Piero Sbolci», te lo dice con la voce incrinata e la storia di una vita alle spalle la professoressa Satta. Che scorre con la mano le pagine del libro, «ho inserito folto scattate da lui durante le commemorazioni». Amore, condivisione. Che stringono un racconto lungo di luoghi, date, persone e fatti. Senza emozioni riferite, non servono. Il materiale è tanto, le storie lunghe e dolorose. Satta le sfiora e da buona professoressa di storia dell'arte allestisce la scenografia per un viaggiatore che ha bisogno di raccogliere dati, riferimenti e coordinate precise. Parte dalla Sicilia, dal Sacrario dei Martiri della Rsi di Villafranca Tirrena, e sale. Campania, Sardegna. Qualche nota storica poi il fatto. Tante pillole amare che Satta trascrive senza enfasi. Poi l'ampia pagina dedicata al Lazio, al cimitero del Verano e alle Fosse Ardeatine («non tutti sanno che vennero aggiunti due nomi di persone che, uccisi dai partigiani, furono fatti passare come uccisi dai nazi fascisti»). Poi la battaglia di Anzio-Nettuno e il Campo della Memoria, su su fino a Forlì, ai luoghi di Mussolini, alla storia di Monte Rullato, dove «i figli del Gnr Egisto Romboli, ucciso nel '44, riuscirono a sapere dove fosse stato sepolto dopo ben quarantasette anni, grazie alle indicazioni di un anziano del posto. E altri dodici restano dispersi in quella zona».
Ci sono anche le colline romagnole dove «le sorelle Olga e Pasqualina Benericetti, di 14 e 19 anni, vennero catturate dai partigiani mentre erano alla ricerca del corpo del padre. Seviziate in modo orribile, alla più piccola fu conficcato un chiodo nel capo. Poi fu uccisa come la sorella». La panoramica di sangue s'allarga a Lugo di Romagna, Riolo di Bagni, Santerno, Modena. L'accenno a Marzabotto e la strage dei fratelli Govoni. Accanto agli episodi eclatanti, il pietoso elenco che in ogni luogo la professoressa ha ritrovato e trascritto. Fino al campo di Coltano, alla cartolina che il tenente colonnello Tito Sbolci, prigioniero prima a Modena poi a Coltano inviò nel luglio '45 alla moglie Ines. Al tenente Vittorio Satta, «un mio cugino, il cui corpo fu ritrovato assieme al suo velivolo, nel 2000, dopo 56 anni di ricerche. Con il suo eroico intervento salvò la popolazione parmense da un grosso bombardamento».
Bice Satta indulge su Genova e zoomma sugli eccidi di Liguria, da Rovegno al Manfrei, da Borghetto Vara a Molini di Voltaggio, Imperia, Sanremo. Non si ferma. Ci sono ancora Piemonte, Lombardia e Veneto. Ci sono le foibe e la tragedia dei giuliano-dalmati. Ma soprattutto c'è la «Piccola Caprera» nel comune di Ponte sul Mincio, Peschiera. Un libro che pesa, quello di Satta. Un racconto puntuale nel dolore, nella fatica di aggiungere nome a nome, nel coraggio di ripercorrere capitoli già chiusi. «L'autrice di questo libro ha compiuto un gesto generoso - scrive il generale Mario Bruno - aiutata, nella fatica di una minuziosa ricerca, dall'amore e dal rispetto dei caduti». Davanti a tutto.