Una vita da pendolare lottando contro ritardi, neve e caloriferi spenti

Caro Lussana, in questi ultimi tempi, sul Giornale di Genova, insieme ai vostri articoli sul terzo valico ed alle lettere dei lettori che esprimevano la loro opinione sulla questione, sono apparse diverse lettere scritte dai pendolari dell'Intercity plus Genova-Milano in ordine ai ritardi ed alle inefficienze ferroviarie della tratta. Una di queste prendeva atto che ormai il pendolarismo con Milano è utilizzato non più dai soli quarantenni mossi da legittime ambizioni di lavoro, ma ormai anche da altre fasce d'età quali gli attuali trentenni e ventenni, stante le croniche difficoltà di sviluppo professionale che, a Genova, i giovani più dotati e determinati trovano e dalle quali non riescono a liberarsi se non «emigrando» per cercare miglior fortuna. È un dato di fatto che dagli 800.000 abitanti degli anni ’60 la città è scesa ai 600.000 attuali. Non è certo tutta colpa della sola denatalità. Le considerazioni su esposte che ho trovato su di una lettera di un pendolare da voi pubblicata, mi hanno riempito di tristezza e di nostalgia.
Anch'io sono stato un pendolare Genova-Milano sul celebre «rapido» delle 6.38 da GeBrignole. Lo sono stato per circa 20 anni, dal 17/6/74 al 31/12/93. Ho visto passare su quel treno centinaia di giovani e meno giovani impiegati genovesi, ho visto, credo, tutte o quasi le combinazioni delle inefficienze ferroviarie possibili, ho conosciuto un sacco di brave persone, ognuna della quali con i suoi problemi, le sue speranze ed i suoi sacrifici. Mi sono fatto amici che non dimentico e che rivedo sempre con grande piacere. Di tutto questo ho nostalgia, perché sicuramente quando si invecchia è sempre confortante ricordare i tempi in cui eri più giovane, più attivo, più vivo. Purtroppo però questa nostalgia è subito cancellata dalla tristezza nel constatare che nulla è cambiato da quei tempi nella condizione del pendolare, anzi mi pare di capire che ci sia stato un ulteriore peggioramento. Il numero dei pendolari è aumentato e le condizioni del collegamento ferroviario sono sempre più precarie.
Ma lo sa, caro Lussana, cosa vuol dire fare il pendolare fra Genova e Milano? Sa come si svolge la sua vita? Vorrei in questa lettera tentare di spiegarlo, premettendo che come pendolare ero certamente più fortunato di altri. Abito a Genova a pochi minuti a piedi dalla stazione Brignole e lavoravo a Milano ad altrettanti minuti a piedi dalla stazione Centrale. Mi fermavo a Milano, dove mi ero organizzato un recapito, le sere di lunedì, martedì e giovedì, di norma, raramente anche il venerdì, percorrevo cioè la tratta quattro volte la settimana. Molti altri miei compagni di avventura pendolavano tutti i santi giorni, abitavano per esempio a Nervi, Sestri Ponente o Borzoli e lavoravano non a Milano centro ma, per esempio, a Nova Milanese, Rogoredo (allora senza Metrò), Rho ecc, per cui arrivare alla mattina presto alle stazioni di Genova Brignole o Principe era un altro viaggio, come pur un altro viaggio era quello che doveva essere fatto per raggiungere il posto di lavoro dalla stazione Centrale di Milano. Tutto questo alla mattina. Dopo una giornata di lavoro si doveva fare il percorso a ritroso. Si ritornava a Principe, se il treno era in orario (mi viene spontanea una risata mentre scrivo queste righe), verso le 20 per poi raggiungere Nervi, SestriPonente o Borzoli, a Dio piacendo o all'Amt, un'ora dopo.
Dopo l'ennesimo ritardo ferroviario, cosa potevi dire al tuo datore di lavoro, a giustificazione, senza essere preso per un lavativo? Cosa dovevi raccontare alla tua famiglia se sistematicamente ritornavi a casa non alle 21 ma ben oltre le 22? Ricorderò sempre con affetto quel collega di treno che dopo l'ennesimo ritardo ferroviario ci disse in dialetto, in quella maniera brusca, fra il serio ed il faceto, tipica dei genovesi, riferendosi a sua moglie «se ancora una volta mi chiede perché ho fatto tardi la sera, la butto giù dalla finestra». Per inciso, abitava a Borzoli.
Capitolo mogli. Il pendolare deve essere anche molto fortunato in famiglia. Deve avere una compagna «coi controfiocchi». Questa deve essere paziente, autonoma, deve essere in grado di organizzare da sola la vita della famiglia, avere la piena responsabilità giornaliera della prole, non avere «grilli per la testa» nè slanci festaioli e mondani, avendo anche lei, il più delle volte, un lavoro dipendente da svolgere. Tutto questo per permettere al marito pendolare di fare un po' di quella «carriera» che a Genova è impossibile se non hai le giuste conoscenze o agganci presso l'oligarchia politico-economica della città, se non ti accontenti di un posto nella pubblica amministrazione, dietro lo sportello di una banca (quest'ultima possibilità ormai è sfumata) o presso una piccola impresa dove sai già in anticipo che se anche sei bravo, la carriera la farà il figlio del proprietario o suo nipote. Personalmente sono stato molto fortunato. Mia moglie mi ha supportato e/o sopportato egregiamente. Purtroppo mi sono visto i figli crescere da una domenica all'altra senza poter vedere come crescevano durante la settimana.
Il pendolare, poi, deve fare vita d'atleta. Durante la settimana deve alzarsi presto la mattina (per me 5.15) ed andare a dormire non più tardi delle 23.00. Niente cinema, cene con gli amici, occasione di incontri. Non se lo può permettere. Il giorno seguente sconterebbe le sue trasgressioni sul lavoro, dove deve essere attento ed efficiente. Fare il pendolare ti impedisce quindi di avere una vita di relazione. Gli unici momenti «liberi» per socializzare sono quelli trascorsi sul treno con i tuoi compagni. Durante il giorno lavori e quanto ritorni a casa la sera non puoi fare altro che vedere la tua famiglia, brevemente, ed andare quindi a letto perchè l'indomani alle 5 devi nuovamente ripartire.
Ciliegina sulla torta! Quando per ragioni di lavoro dovevi essere a Milano alle 8 della mattina, dovevi prendere il treno delle 5.40 da Principe. Non un rapido, bensì un interregionale che percorreva la tratta via Novi Ligure. In poche parole la tua alzata alla mattina doveva essere anticipata di ben un'ora per poter arrivare a Milano solo 20 minuti prima del solito. Magari questo accadeva a gennaio. Faceva un freddo boia e quando salivi sul treno che si formava a Principe e davi il cambio ai barboni che lo avevano occupato per la notte, questo non aveva ancora acceso il riscaldamento.
Durante il viaggio cosa si faceva? Al mattino molte volte si organizzavano, specie nella buona stagione focacciate con vino bianco. Si giocava a carte, tresette, cirulla, chiama tre ecc. oppure si dormiva. Qualche volta si lavorava anche ritoccando, per esempio, qualche bozza di relazione che ti eri portato a casa nel weekend per anticipare un poco il lavoro della settimana entrante. La sera principalmente si giocava a carte. Le Ferrovie dello Stato poi erano veramente «speciali». Il nostro treno rapido doveva partire alla mattina alle 6.38 da Brignole per arrivare in Centrale alle 8.20. La sera, se ricordo bene, ripartiva dalla Centrale alle 18.15 per essere a Principe alle 19.58. Salvo una ventina di volte all'anno, l'orario delle 8.20 in Centrale era un miraggio, così pure l'orario del ritorno a Principe.
Sulla linea ne ho visto di tutti i colori. Ho subito un deragliamento. Una volta siamo partiti da Genova la mattina in orario e non siamo mai arrivati a Milano. Per disservizi ed incidenti, ci bloccarono alla stazione di un piccolo paese alle porte di Milano, Villamaggiore (dove assaltammo tutte le panetterie del paese e mangiammo tutti i panini disponibili), per poi fare ritorno a Genova verso le 16.30 del pomeriggio. Tutto questo nella più completa assenza di informazione da parte del personale del treno. Non erano ancora in uso i telefonini. Saltarono riunioni, incontri, scadenze ad un sacco di noi. Siamo stati altre volte «dirottati» via Piacenza, La Spezia o via Casale, Novara accumulando ritardi incredibili e creandoci situazioni al lavoro veramente preoccupanti. Molte volte per questioni ferroviarie ci siano dovuti consumare giorni e giorni di ferie.
Una volta siamo stati fermi sul ponte del Polcevera a Rivarolo, appena usciti da Principe e diretti a Milano, per un'intera mattinata in attesa di una motrice di ricambio. Un'altra volta siamo stati fermati dalla neve caduta sui binari fra la stazione di Arquata e l'ingresso della galleria per Ronco, ritornando a Genova. Il macchinista si fece strada lanciando il locomotore, diverse volte, come un ariete contro il cumulo di neve onde sfondarlo e poter guadagnare l'ingresso della galleria. Una vera atmosfera western. Un capitolo a parte deve essere scritto sul riscaldamento delle carrozze. Durante la stagione fredda, per infinite volte, il rapido arrivava da Sestri Levante a Genova Brignole perfettamente caldo e confortevole, ma quando risaliva l'Appennino e passava i Giovi il riscaldamento si disinnescava e da Arquata a Milano si rimaneva al freddo. Cioè quando sarebbe stato più necessario, il riscaldamento si disattivava. Ci diceva il personale del treno, che salendo l'Appennino, il maggior consumo di energia della motrice, provocava l'automatico disinserimento del riscaldamento. Molte volte il personale provvedeva a rimetterlo in funzione, altre, ed erano le più, prometteva l'intervento ma non succedeva nulla. Certe volte il personale ci diceva di aver segnalato il disservizio all'officina di manutenzione di Sestri Levante, ove il treno passava la notte. Questa non leggeva nemmeno il rapportino del personale viaggiante lamentante il problema (forse era troppo faticoso fare riparazioni di notte) ed il disservizio permaneva per mesi.
Questa, caro Lussana è la vita del pendolare Genova-Milano! Con il senno di poi, mia moglie ed io abbiamo pensato che la scelta familiare che facemmo nel lontano ’74 e cioè di rimanere ad abitare a Genova fu sbagliata. Avremmo dovuto trasferire la famiglia a Milano dove forse la vita è un poco più «cruda» ma dove le scelte e le opportunità sono infinitamente maggiori, sotto ogni aspetto, in paragone con Genova. Non si vive di solo mare e bel tempo (in questi ultimi anni però anche quest'ultimo è cambiato, in peggio). Sembra proprio una lunga storia questa mia, non è vero? Pensi un po, dal 1 gennaio 2007, anche mio figlio, si trasferirà, per lavoro, a Milano. Anche lui per riuscire a raggiungere un obiettivo di miglioramento professionale ed economico.