Vita del poeta Bobby Sands: finta, noiosa e mal recitata

I poeti in carcere ispirano il cinema. In Eloge de l’amour Jean-Luc Godard fa recitare «Il testamento di un condannato» di Robert Brasillach; ora David Ballerini si ispira a Bobby Sands per Il silenzio dell’allodola. Sands (Ivan Franek) morì di fame, per protesta, il 6 maggio 1981. Ma neanche i suicidi seguenti scossero Londra. Ora un film enfatico e mal recitato, sebbene girato con una certa tecnica - Il silenzio dell’allodola di David Ballerini - evoca il caso Sands. Ballerini vuol farne il paradigma d’ogni repressione: i secondini portano la camicia nera fascista, i pantaloni marroni nazisti, chiamano i prigionieri «sovversivi», come fossero brigatisti, e Sands «esseno», come fosse Gesù; i soldati inglesi hanno elmetto americano; sul muro della fabbrica dismessa, spacciata per carcere, c’è la scritta «Arbeit macht frei» («Il lavoro rende liberi»), come ad Auschwitz! Quanto alla protesta degli escrementi, vista oggi cambia segno: fa pensare alle vessazioni inflitte nelle carceri irachene. Ammette Ballerini che il direttore (Flavio Bucci), amante del capo delle guardie (Marco Baliani), è «mitologico». Perché inventare fra tanta storia?

IL SILENZIO DELL’ALLODOLA di David Ballerini (Italia, 2005), con Ivan Franek, Flavio Bucci. 96 minuti